La tenuta ha sede nei terreni di Casale Monferrato, comune patrimonio Unesco dal 2014, tra colline dove i vigneti si alternano ai boschi di noccioli e faggi, alle porte di Casale Monferrato dove ha sede la Bonzano Vini, una nuova cantina che ha scelto di valorizzare uno dei patrimoni di questo territorio.
Alla guida dell’Azienda Simonetta Ghia, moglie di Enrico Bonzano, uno dei tre fratelli, assieme a Massimo e Stefano, proprietari della Tenuta e dell’impresa di famiglia.
Il progetto è partito dal desiderio di esaltare al massimo le caratteristiche di questo territorio che può competere con altre aree vitivinicole più famose, e, per realizzarlo, è stato chiamato Donato Lanati, enologo di fama mondiale, che, sin dal 2011, sta seguendo i lavori e la realizzazione dei prodotti della vigna.È stata fatta una analisi del terreno, della morfologia, del clima e sono stati selezionate le viti migliori, quelle che avrebbero trovato l’ambiente adatto per dare il meglio. Spazio dunque a Barbera, Chardonnay, Pinot Nero e Sauvignon.
La Mandoletta, oggi una tenuta circondata da un corpo unico di 7 ettari di vigneti, incastonata nel paesaggio più tipico del Monferrato Casalese ha, attualmente, una produzione di circa 100 mila bottiglie e, quest’anno, sono stati presentati i primi quattro vini, annata 2017, e altri tre sono in cantina ad affinare:Gajard Barbera del Monferrato DOC,
il cui nome, in dialetto piemontese significa vigoroso ed esuberante; si tratta di un vino dal colore rubino intenso che emana netti sentori di frutta rossa al naso e in bocca una gradevole freschezza e una notevole intensità.
Barbera in purezza. Ottimo per piatti saporiti e speziati, come arrosti e selvaggina.
Armognan Bianco del Monferrato DOC,
che, in dialetto piemontese, significa albicocca, frutto che richiama la fragranza di questo vino.
Vitigni: Chardonnay e Sauvignon.
Al naso esprime belle note fruttate e in bocca è fresco, con piacevole sapidità.
Hosteria Monferrato Rosso DOC
Vino conviviale, molto interessante per la sua freschezza e la sua gradevolissima bevibilità. Un vino nuovo, adatto sia a uno spuntino che a un pasto, una barbera rielaborata di pronta beva e di fresca leggerezza.
Il nome evoca l’Osteria, che, per tutto il Novecento, non è stato solo un luogo di ritrovo e socializzazione, ma di ospitalità vera.
Vitigni: Pinot Nero, Barbera.
Caratteristiche organolettiche: rosso rubino. Naso floreale ed elegante. Palato armonico. Un rosso dalla splendida bevibilità.
La Meridiana Rosato IGT
Da uve Pinot Nero, questo vino si caratterizza per la buona versatilità gustativa.
Vitigni: Pinot Nero
Rosato tenue, buccia di cipolla. Naso fragrante per i sentori di fiori e di piccoli frutti rossi In bocca denota un buon equilibrio gusto- olfattivo.
Abbinamenti: dall’aperitivo ai secondi di pesce.
Non ancora pronte le tre selezioni:
Metodo Classico Brut Mandoletta;
Bruno Bonzano Barbera del Monferrato Superiore DOCG;
Gènevieve Monferrato Bianco DOC.Se, certamente, colpiscono i nomi dialettali o che si ispirano a personaggi del territorio, durante la degustazione, colpisce soprattutto l’impatto di profumi e aromi del territorio e tornano in mente le parole di Donato Lanati: “Il territorio è il vero valore del vino, la personalità e la riconoscibilità di un vino che si identifica in una zona ben determinata, ci permettono di non cadere nell’omologazione e il Monferrato in quest’ottica ha tutte le carte in regola per avere successo”.
Blog di interesse enologico, con degustazioni e note di viaggi alla ricerca di aziende vinicole ed approfondimento su vitigni e terroir, caratteristiche ambientali e pedoclimatiche.
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sabato 23 giugno 2018
domenica 25 maggio 2014
IL DOLCETTO DI OVADA DOCG E IL SUO CONSORZIO
Del vitigno Dolcetto le prime notizie risalgono ben al 1593, quando a Dogliani un documento comunale incitava gli agricoltori a vendemmiare con uve dolcetto mature per produrre vino migliore ma la prima citazione scientifica è datata 1798 quando il conte Giuseppe Nuvolone Pergamo, vicedirettore della Società Agraria di Torino, descrisse accuratamente le qualità del vitigno.
L’origine di questa tipologia di uva è contesa tra il Monferrato e la Liguria e anche il nome “dolcetto” ha diverse interpretazioni : potrebbe derivare dalla dolcezza dell’uva matura ma anche dal termine”dosset” cioè bassa collina.
Era tradizionalmente un vino storicamente di scambio tra Piemonte e Liguria, tra collina e piana, vino dal nome curioso e contradditorio perché suggerisce l’idea di un vino da dessert ed è invece un rosso morbido e fresco con un finale amarognolo.La bassa acidità e la dolcezza dei suoi acini, anche se i vini che se ne ricavano sono tutti secchi, la rendono gradevole e spesso consumata in passato come uva da tavola.
Probabilmente il Dolcetto è originario del Piemonte dove è diffusissimo specialmente in Monferrato e nel Cuneese, nella zona di Alba, nell’Oltrepò Pavese e in Liguria, sulle montagne a ridosso del confine piemontese, dove prende il nome di Ormeasco.
Negli anni 20 e 30 l’uva dolcetto fu considerata curativa per le terapie a base di uva o ampeloterapia, per la sua ricchezza di tannini e la sua carenza di acidità e quindi per la sua buona digeribilità, negli anni 70 e 80 era vinificata soprattutto per produrre vino da tavola. Coltivato soprattutto in provincia di Cuneo ed Alessandria, mentre è quasi del tutto assente nelle altre zone sia piemontesi che italiane, è quasi del tutto sconosciuto all'estero, salvo qualche raro ettaro coltivato in California e in Argentina, di cui però si hanno notizie contrastanti.In passato, in un panorama viticolo assai più ricco dell’attuale come numero di vitigni, ma povero di varietà ad uva nera precoci, il Dolcetto era, in effetti, l’uva che maturava prima. Questo fattore ha causato la sua diffusione nell’area preappenninica, nella parte medio-alta dei bacini del Tanaro, del Bormida, e del Belbo, l’Acquese (dove era tanto diffuso da essere chiamato uva d’Acqui), tutto l’Ovadese fino a Novi. Il Dolcetto era ampiamente coltivato fino a cinquecento metri di altezza. Rispetto al Nebbiolo, il Dolcetto matura anche con quattro settimane di anticipo, e quindi nelle zone del Barolo e del Barbaresco può lasciare le posizioni migliori e più esposte al sole, quelle più alte, al vitigno più aristocratico delle Langhe, che, maturando tardi, ha più bisogno di sole. Questa sua facilita di crescita ha fatto sì che, per esempio, anche ad Ovada e ad Alba venga coltivato in zone dove le altre varietà avrebbero grosse difficoltà di maturazione.La “cintura del Dolcetto”, si estende fino alla terra di confine della viticoltura piemontese verso l’Appennino Ligure e le aree più meridionali dei territori a DOC del Dolcetto sono anche quelli in cui il vitigno ha maggiore diffusione cioè le terre di Cuneo e Alessandria. Predilige i terreni collinari, asciutti e poco fertili, le zone argillose e le marne bianche mentre risente negativamente dei terreni pesanti e ricchi.
Il Dolcetto è un vitigno forte e produttivo, resistente alle malattie, di buona resa e di qualità costante che si coltiva con estrema facilità, i cui unici inconvenienti sono rappresentati da una certa sensibilità alle malattie fungine e alla caduta dei grappoli a settembre dovute da alcune mattinate piuttosto fredde. Tuttavia, proprio per la sua precocità, non può essere coltivato in climi caldi, e anche all'estero è presente in pochissime aree fredde.
Una notizia proveniente dall'ampeologo francese Galet, riferisce che il Dolcetto altri non sarebbe che il Douce Noir della Savoia, meglio noto con il nome di Charbonneau, ma, in generale,nessun ampeologo attualmente dubita dell'origine piemontese del Dolcetto.
Se le uve di Dolcetto sono relativamente facili da coltivare, qualche difficoltà può presentarsi durante la vinificazione, perché a causa della bassa acidità le fermentazioni devono essere brevi in confronto alle altre uve, anche se un punto di forza è rappresentato dalla presenza di un buon tannino che consente, nonostante la breve macerazione, di ottenere un vino di colore e di corpo. Le bucce degli acini sono infatti ricchissime di pigmenti, e il vino ha colori molto scuri, rubino-violacei, come se fosse stato prodotto dopo una lunga macerazione.
I vini prodotti con le uve Dolcetto hanno un bel colore rubino, sono asciutti e secchi, con poca acidità e retrogusto lievemente amarognolo e, a seconda della zona di produzione e al sistema di vinificazione, si possono produrre vini freschi, vivaci e di pronta beva, morbidi e da pasto o, se conservati, vini più evoluti per corpo e struttura che reggono bene l’invecchiamento e si esaltano con l’affinamento in legno.Il Dolcetto riesce ad accompagnare moltissimi tipi di pietanze, dagli agnelli alla cacciagione, fino alla carne bianca e ai salumi. Va servito tra i 16 e i 20°C.
Il primo riconoscimento DOC fu del 1972, cui seguirono 3 DOCG E 4 DOC:
Dolcetto di Diano d’Alba DOCG
Dolcetto di Dogliani DOCG
Dolcetto di Ovada Superiore DOCG
Dolcetto di Acqui DOC
Dolcetto di Alba DOC
Dolcetto di Asti DOC
Dolcetto di Ovada DOC
Dolcetto Colli Tortonesi DOC
CONSORZIO OVADA DOCGIl 22 maggio 2014 a Genova è stata organizzata una serata di presentazione e di assaggi degli Ovada docg di una ventina di produttori associati al Consorzio, nella prestigiosa cornice del Salone delle Feste dello storico Palazzo Imperiale, in pieno centro cittadino. L’appuntamento, organizzato in collaborazione con il Gruppo Degustatori Vino Genova, un attivissimo circolo di appassionati, sommelier e operatori del settore, è stato allestito con la formula del banco di assaggio e con la diretta partecipazione di molti vignaioli: sono state messe in degustazione diverse annate, per permettere la valutazione dell’Ovada docg come vino da affinamento, anche prolungato.Si tratta di Aziende e Cantine che producono in un territorio compreso tra Prasco a Cremolino e che distano circa circa trenta chilometri e dove, ovviamente, sono diversi i terroir ed è diverso il microclima.In zone come Prasco, Molare e Cremolino, per esempio, prevale il terreno argilloso, a Rocca Grimalda, Trisobbio e Carpeneto vi è prevalenza di terra rossa, a Mornese, Casaleggio e Bosio prevale il terreno tufaceo.
Per questa ragione i vini presentati sono differenti tra loro, per le condizioni pedoclimatiche diverse della zona di produzione, oltre, ovviamente,per la diversa sensibilità interpretativa di ogni singolo vignaiolo.
TUTTO-UN –ALTRO-DOLCETTO
“Il nostro intento – ha affermato Italo Danielli, Presidente del Consorzio- è quello di far meglio conoscere l’Ovada docg non solo come una delle massime espressioni del vitigno dolcetto, ma anche sotto l’aspetto della sua peculiare attitudine a dar origine a vini di grande struttura e finezza, con spiccata propensione all’invecchiamento, per ritagliare all’Ovada DOCG il posto che siamo convinti debba spettargli tra i grandi rossi piemontesi.”
Erano presenti le seguenti aziende:Az.Agr. Davide Cavelli
Az.Agr. Giorgio FerrariCà del Bric
Casa Wallace
Cascina BoccaccioCascina Gentile
Castello di GrillanoCollina della Pieve
Colombo Vini
Forti del Vento
Ghera
Ghio ViniGuiglia Carlo
I Pola
La PiriaLa Signorina
La Valletta
Rocco di Carpeneto
Tenuta Elena
L’origine di questa tipologia di uva è contesa tra il Monferrato e la Liguria e anche il nome “dolcetto” ha diverse interpretazioni : potrebbe derivare dalla dolcezza dell’uva matura ma anche dal termine”dosset” cioè bassa collina.
Era tradizionalmente un vino storicamente di scambio tra Piemonte e Liguria, tra collina e piana, vino dal nome curioso e contradditorio perché suggerisce l’idea di un vino da dessert ed è invece un rosso morbido e fresco con un finale amarognolo.La bassa acidità e la dolcezza dei suoi acini, anche se i vini che se ne ricavano sono tutti secchi, la rendono gradevole e spesso consumata in passato come uva da tavola.
Probabilmente il Dolcetto è originario del Piemonte dove è diffusissimo specialmente in Monferrato e nel Cuneese, nella zona di Alba, nell’Oltrepò Pavese e in Liguria, sulle montagne a ridosso del confine piemontese, dove prende il nome di Ormeasco.
Negli anni 20 e 30 l’uva dolcetto fu considerata curativa per le terapie a base di uva o ampeloterapia, per la sua ricchezza di tannini e la sua carenza di acidità e quindi per la sua buona digeribilità, negli anni 70 e 80 era vinificata soprattutto per produrre vino da tavola. Coltivato soprattutto in provincia di Cuneo ed Alessandria, mentre è quasi del tutto assente nelle altre zone sia piemontesi che italiane, è quasi del tutto sconosciuto all'estero, salvo qualche raro ettaro coltivato in California e in Argentina, di cui però si hanno notizie contrastanti.In passato, in un panorama viticolo assai più ricco dell’attuale come numero di vitigni, ma povero di varietà ad uva nera precoci, il Dolcetto era, in effetti, l’uva che maturava prima. Questo fattore ha causato la sua diffusione nell’area preappenninica, nella parte medio-alta dei bacini del Tanaro, del Bormida, e del Belbo, l’Acquese (dove era tanto diffuso da essere chiamato uva d’Acqui), tutto l’Ovadese fino a Novi. Il Dolcetto era ampiamente coltivato fino a cinquecento metri di altezza. Rispetto al Nebbiolo, il Dolcetto matura anche con quattro settimane di anticipo, e quindi nelle zone del Barolo e del Barbaresco può lasciare le posizioni migliori e più esposte al sole, quelle più alte, al vitigno più aristocratico delle Langhe, che, maturando tardi, ha più bisogno di sole. Questa sua facilita di crescita ha fatto sì che, per esempio, anche ad Ovada e ad Alba venga coltivato in zone dove le altre varietà avrebbero grosse difficoltà di maturazione.La “cintura del Dolcetto”, si estende fino alla terra di confine della viticoltura piemontese verso l’Appennino Ligure e le aree più meridionali dei territori a DOC del Dolcetto sono anche quelli in cui il vitigno ha maggiore diffusione cioè le terre di Cuneo e Alessandria. Predilige i terreni collinari, asciutti e poco fertili, le zone argillose e le marne bianche mentre risente negativamente dei terreni pesanti e ricchi.
Il Dolcetto è un vitigno forte e produttivo, resistente alle malattie, di buona resa e di qualità costante che si coltiva con estrema facilità, i cui unici inconvenienti sono rappresentati da una certa sensibilità alle malattie fungine e alla caduta dei grappoli a settembre dovute da alcune mattinate piuttosto fredde. Tuttavia, proprio per la sua precocità, non può essere coltivato in climi caldi, e anche all'estero è presente in pochissime aree fredde.
Una notizia proveniente dall'ampeologo francese Galet, riferisce che il Dolcetto altri non sarebbe che il Douce Noir della Savoia, meglio noto con il nome di Charbonneau, ma, in generale,nessun ampeologo attualmente dubita dell'origine piemontese del Dolcetto.
Se le uve di Dolcetto sono relativamente facili da coltivare, qualche difficoltà può presentarsi durante la vinificazione, perché a causa della bassa acidità le fermentazioni devono essere brevi in confronto alle altre uve, anche se un punto di forza è rappresentato dalla presenza di un buon tannino che consente, nonostante la breve macerazione, di ottenere un vino di colore e di corpo. Le bucce degli acini sono infatti ricchissime di pigmenti, e il vino ha colori molto scuri, rubino-violacei, come se fosse stato prodotto dopo una lunga macerazione.
I vini prodotti con le uve Dolcetto hanno un bel colore rubino, sono asciutti e secchi, con poca acidità e retrogusto lievemente amarognolo e, a seconda della zona di produzione e al sistema di vinificazione, si possono produrre vini freschi, vivaci e di pronta beva, morbidi e da pasto o, se conservati, vini più evoluti per corpo e struttura che reggono bene l’invecchiamento e si esaltano con l’affinamento in legno.Il Dolcetto riesce ad accompagnare moltissimi tipi di pietanze, dagli agnelli alla cacciagione, fino alla carne bianca e ai salumi. Va servito tra i 16 e i 20°C.
Il primo riconoscimento DOC fu del 1972, cui seguirono 3 DOCG E 4 DOC:
Dolcetto di Diano d’Alba DOCG
Dolcetto di Dogliani DOCG
Dolcetto di Ovada Superiore DOCG
Dolcetto di Acqui DOC
Dolcetto di Alba DOC
Dolcetto di Asti DOC
Dolcetto di Ovada DOC
Dolcetto Colli Tortonesi DOC
CONSORZIO OVADA DOCGIl 22 maggio 2014 a Genova è stata organizzata una serata di presentazione e di assaggi degli Ovada docg di una ventina di produttori associati al Consorzio, nella prestigiosa cornice del Salone delle Feste dello storico Palazzo Imperiale, in pieno centro cittadino. L’appuntamento, organizzato in collaborazione con il Gruppo Degustatori Vino Genova, un attivissimo circolo di appassionati, sommelier e operatori del settore, è stato allestito con la formula del banco di assaggio e con la diretta partecipazione di molti vignaioli: sono state messe in degustazione diverse annate, per permettere la valutazione dell’Ovada docg come vino da affinamento, anche prolungato.Si tratta di Aziende e Cantine che producono in un territorio compreso tra Prasco a Cremolino e che distano circa circa trenta chilometri e dove, ovviamente, sono diversi i terroir ed è diverso il microclima.In zone come Prasco, Molare e Cremolino, per esempio, prevale il terreno argilloso, a Rocca Grimalda, Trisobbio e Carpeneto vi è prevalenza di terra rossa, a Mornese, Casaleggio e Bosio prevale il terreno tufaceo.
Per questa ragione i vini presentati sono differenti tra loro, per le condizioni pedoclimatiche diverse della zona di produzione, oltre, ovviamente,per la diversa sensibilità interpretativa di ogni singolo vignaiolo.
TUTTO-UN –ALTRO-DOLCETTO
“Il nostro intento – ha affermato Italo Danielli, Presidente del Consorzio- è quello di far meglio conoscere l’Ovada docg non solo come una delle massime espressioni del vitigno dolcetto, ma anche sotto l’aspetto della sua peculiare attitudine a dar origine a vini di grande struttura e finezza, con spiccata propensione all’invecchiamento, per ritagliare all’Ovada DOCG il posto che siamo convinti debba spettargli tra i grandi rossi piemontesi.”
Erano presenti le seguenti aziende:Az.Agr. Davide Cavelli
Az.Agr. Giorgio FerrariCà del Bric
Casa Wallace
Cascina BoccaccioCascina Gentile
Castello di GrillanoCollina della Pieve
Colombo Vini
Forti del Vento
Ghera
Ghio ViniGuiglia Carlo
I Pola
La PiriaLa Signorina
La Valletta
Rocco di Carpeneto
Tenuta Elena
mercoledì 13 marzo 2013
LA BARBERA : UN VITIGNO RESISTENTE, UN VINO IMPORTANTE


Il vitigno che, da solo, copre circa metà della superficie vitata del Piemonte,considerato da sempre generoso produttore di un vino possente ed asprigno ma sostanzialmente “da osteria”, sta proseguendo, in questi ultimi anni, il suo percorso di restiling che lo ha fatto conoscere e rivalutare in quanto vitigno robusto e molto produttivo ed in quanto materia prima di un vino di classe e di struttura.
In realtà le origini della Barbera ( termine usato anche al femminile sia per uva che per vino) non sono chiare ed il vitigno è uscito dall’anonimato soprattutto nell’Ottocento, in massima parte nelle province di Asti e di Alessandria, in quanto resistente alla filossera più di qualsiasi altro tipo di uva.
Secondo il prof. Attilio Scienza, il Barbera è geneticamente affine al Mourvedre, vitigno del sud della Francia, diffuso anche in Spagna col nome di Monastrell e la sua origine pare sia testimoniata già nelle carte dell’Archivio capitolare di Casale Monferrato nel 1249 ma, nell’antichità, si vinificava con residui zuccherini accentuati perché il mercato richiedeva un vino amabile.


Fu solo nella seconda metà dell’Ottocento che un graduale cambiamento del gusto portò alla produzione di vini secchi, forse in seguito alla vinificazione del Barolo prodotto da Camillo Cavour nelle tenute del Castello di Grinzane, su suggerimento dell’enologo francese Oudart, già esperto vinificatore in Borgogna.
Questo “vino possente, sempre piuttosto severo e ricco di profumo e di un sapore che alla forza unisce la finezza” come viene menzionato nella stesura del primo trattato ampelografico dei vitigni coltivati su territorio piemontese, eseguito dal Direttore della Società Agraria di Torino, nel 1798, è frutto della “Vitis Vitifera Monsferratensis, ovvero del territorio che ha come capoluogo la città di Asti.
L’etimologia potrebbe derivare, secondo recenti interpretazioni,da “barba” cioè dal sistema complesso di radici del vitigno unito ad “albera”, termine che indicava i siti boscosi dove anticamente le viti presero il posto degli alberi.
Diffuso ampiamente in Piemonte ma presente anche in Lombardia e nel centro Italia, le zone di prevalente crescita sono: l’Astigiano, il Monferrato, l’Albese, le Colline tortonesi e l’Oltrepò pavese.
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Vitigno rustico con notevole capacità vegetativa offre una elevata produzione di grappoli, è poco soggetto a variazioni climatiche e ad attacchi di parassiti e muffe; ama i terreni argillosi e poco fertili,si adatta a climi siccitosi e ventosi.
Il riconoscimento della DOC risale al 1970, la DOCG è del 2008.
In Piemonte, terra di elezione, si suddivide tradizionalmente in :
1)Barbera del Monferrato Superiore
2)Barbera d’Asti con sottozone Nizza, Tinella, Colli Astiani.


Il vino prodotto è robusto e ricco di personalità e per decenni ha rappresentato il classico vino rosso “da pasto”e ha sempre goduto di buona presenza, oltre che in Piemonte, terra d’elezione, in area milanese e brianzola; alcuni produttori storici, a partire da fine Ottocento lo hanno diffuso in bottiglia, invece che sfuso,migliorandone l’immagine e dimostrando che si tratta di vino adatto all’invecchiamento ed all’affinamento in legno.
Risalgono agli anni Sessanta i segnali di una prima rivalutazione del vino e di un cambio di rotta nei criteri di comunicazione del prodotto che gode di citazioni illustri di personaggi come Gianni Brera, Mario Soldati, Luigi Veronelli ecc
Ma , come afferma Burton Anderson nel suo volume “Barbera” scritto con Mario Busso, Maurizio Gily e Donato Lanati, il merito di aver dato il via alla rinascita della Barbera è da attribuire a Giacomo Bologna,che , nel 1982, ha presentato il suo capolavoro, un vino grandioso, il “Bricco dell’Uccellone”.
Creato a Rocchetta Tanaro, vicino ad Asti,è stato uno dei primi Barbera ad essere maturato in botti di rovere piccole o barrique ed il legno ha contribuito a dare profondità al bouquet e al sapore.
Altri produttori, in seguito, hanno seguito quella strada scoprendo che il Barbera ben si adatta al legno che attenua l’acidità e aumenta i tannini.


Di importanza basilare è sempre certo la vigna, cioè la qualità delle uve e il fatto che i vigneti siano allevati in luoghi caldi, soleggiati e possibilmente collinari.
Di fondamentale importanza è limitare la naturale generosità del vitigno,con potature corte e poca concimazione e vendemmiare a piena maturazione del frutto per aumentare il tenore zuccherino e diminuire l’acidità che può diventare troppo invadente. Negli anni Ottanta, poi, il Centro Vite del CNR di Torino ha ottenuto nuovi cloni a grappolo piccolo, utilizzati per produzioni di gran risultato.
Non solo lo stile della Barbera può essere, quindi, quello di un vino vivace e brillante, come è sempre stato tradizionalmente ma la direzione futura va verso una Barbera classica, strutturata, appagante e solenne.
La riduzione delle rese nei vigneti, la vendemmia compiuta al momento giusto,il lavoro in cantina e l’uso del legno creano prodotti nuovi, morbidi e sontuosi.

Di recente, i produttori del Consorzio Nizza, già sottozona del Barbera superiore di Asti,hanno proposto il loro prodotto, il Nizza, che si caratterizza dagli altri prodotti per la sua composizione di 100% di barbera in purezza,creato con un particolare ed uniforme criterio produttivo e frutto di vigneti particolarmente vocati della zona.


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lunedì 21 gennaio 2013
La valorizzazione della Freisa
Il FREISA e un vitigno tipicamente piemontese ed ha una storia antichissima, risalente ad almeno cinquecento anni fa.
Le "Frese" cinquecentesche erano collocate tra i vini pregiati e stimate il doppio del vino comune.
Nel 1600 Giovanni Battista Croce , bottigliere di Casa Savoia, lo descriveva come vino prodotto da vitigno rustico e resistente alle gelate primaverili e per questo coltivato anche in zone meno favorevoli.
Se vinificato in purezza, il vitigno e in grado di produrre vini colorati ,secchi ,aspri per il contenuto abbondante di tannino.
Le prime notizie ampelografiche dedicate alla Freisa risalgono al 1700 quando il Conte Nuvolone Pergamo,direttore dell' Orto sperimentale della Reale Società di Agricoltura di Torino riteneva le colline tra Asti e Torino, zona di elezione del vitigno che divideva in due varietà : "fresia grossa e fresia pica".
Nell'Ottocento la coltivazione del vitigno venne poi intensificata proprio per la sua caratteristica resistenza alla peronospora .
Proprio per temperare la sua aggressività, dovuta agli acidi e ai tannini , si produceva con "dolcezze " e "frizzantature"e si vinificava un vino dolce e spumeggiante del quale si faceva un discreto commercio in America.
Prodotto cosi', rimase in seguito considerato come un tipico vino piemontese, amabile e più o meno spumeggiante, dal colore rosso rubino e dal profumo di lampone , che accompagna piacevolmente i dessert.
Nel 2002, con la collaborazione della città di Torino, della facoltà di Agraria dell'Università degli Studi e dei Vignaioli Piemontesi e' stato organizzato sulle colline di Chieri,un centro sperimentale per approfondire le conoscenze e le attitudini alla vinificazione dei vitigni della collina torinese.
Il Centro Bonafous, così e' chiamato l'Istituto, sfruttando il patrimonio ampelografico della collina, ha dedicato attenzione e studio al vitigno Freisa .
Monitorando attentamente l'andamento della fase di maturazione ed integrando i risultati con i dati provenienti da altre ricerche sul vitigno Freisa condotte nell'Astigiano,è stato considerato utile, in fase di vinificazione, il ricorso alla rifermentazione del mosto -vino con una piccola quantità di uve leggermente appassite, al fine di accelerare lo svolgimento della malolattica e stabilizzare il colore e l'aggressività dei tannino.
Si è giunti ad una produzione di vino fermo , armonico ed equilibrato,che non doveva più essere temperato dalla spumantizzazione, proprio in considerazione degli studi attuati dal Centro sul patrimonio genetico della Freisa.
Freisa e Nebbiolo hanno, infatti, caratteristiche genetiche comuni ed è simile anche il loro patrimonio polifenolico; la maggior tannicità della Freisa può essere diminuita con una maturazione ottimale delle uve e con nuove procedure di vinificazione.
Si sono così individuate diverse aree tradizionali piemontesi per la produzione della Freisa:
Freisa di Chieri
Freisa di Asti
Freisa dei Colli Tortonesi
Freisa del Monferrato
Freisa del Pinerolese
Zone con microclimi diversi per esposizione e quindi con acido malico presente nelle uve in diversa quantità . Da questa consapevolezza si e' organizzata una vinificazione differenziata ed appropriata alle singole zone che ha permesso la produzione di ottimi vini fermi, morbidi e profumati dove il tannino non rappresenta più un elemento di disturbo.
domenica 16 dicembre 2012
I VINI DOLCI DELLE FESTE:LA MALVASIA DI CASORZO D'ASTI
Parliamo ora dei vini dolci prodotti in Piemonte, grande produttore di vini da dessert ed , in particolare,della MALVASIA DI CASORZO D'ASTI DOC.
Vino rosso rubino vivace che,benchè coltivata in un'area molto limitata e, quindi, di minor importanza economica,rispetto agli altri vitigni della zona,quali Freisa, Grignolino e Barbera, è stata oggetto, negli ultimi anni di una crescente attenzione a livello commerciale.
Con le uve di questa qualità vengono preparati:
CASORZO o MALVASIA DI CASORZO tappo raso
color rubino,aroma caratteristico e fragrante,sapore dolce, lievemente aromatico;
CASORZO o MALVASIA DI CASORZO spumante
colore rosato,profumo floreale,sapore aromatico e morbido
PASSITO di MALVASIA DI CASORZO,ovviamente di maggiore titolo alcolometrico,15°.
La composizioneè al 90% di Malvasia e per il 10% di un uvaggio di Freisa,Grignolino e Barbera.
Presente in Monferrato dal XIII secolo,è orgoglio del comune omonimo, sito nel basso Monferrato al confine tra le province di Asti e Alessandria. Si tratta di un terroir costituito da basse colline e valli piuttosto ampie, con terreni molto ricchi di calcare, favorevoli alla produzione di vini dai profumi particolarmente fini.La Malvasia viene coltivata esclusivamente in quella zona e su estensioni limitate, meno di 60 ettari e rappresenta una vera rarità enologica,una delle 17 qualità di vitigni importati dai Veneziani dal Peloponneso e, quindi, di origine ellenica.
Non si sa con certezza da quanto tempo questa Malvasia sia coltivata in zona,certamente risulta presente già dal XIII secolo, mentre notizie sulla coltivazione di altre malvasie a bacca nera in Piemonte risalgono alla fine del sedicesimo secolo, per esempio la Malvasia di Schierano.
Come si otteneva questo vino tradizionalmente?
Impiegando una tecnologia analoga a quella della produzione del moscato: filtrando e rifiltrando per più volte il mosto e utilizzando i cosiddetti "sacchi olandesi", filtri a sacco in cotone, con lo scopo di trattenere i lieviti e le sostanze azotate naturalmente presenti nelle uve di cui essi si nutrono.
Le tecnologie attuali prevedono il blocco della fermentazione intorno ai 5 gradi alcolici attraverso centrifugazione, filtrazione e infine refrigerazione.
La scelta di ottenere un vino di questa gradazione non è casuale: bisogna infatti cercare il giusto equilibrio di dolcezza, colore e aromaticità. A differenza del Moscato che ha nel linalolo il suo aroma principale, le sostanze aromatiche presenti nell'uva Malvasia di Casorzo, sono per lo più rappresentate dal geraniolo, terpene che viene facilmente metabolizzato dai lieviti.
E’ fondamentale perciò bloccare la fermentazione per mantenere il profumo tipico di questo vino, che ricorda molto la rosa. D'altra parte un minimo contenuto alcolico è fondamentale per ottenere una buona estrazione del colore e non è un vino facile da vinificare.
Al fine di ottenere uno spumante dolce, in modo analogo alla produzione dell'Asti Spumante, si mantiene una parte del mosto completamente dolce, bloccando la fermentazione immediatamente e mantenendolo in vasche refrigerate.
Quando si vuole ottenere lo spumante si accorpa una parte di questo mosto al vino base e si riattiva la fermentazione fino ai 7 gradi di alcol e minimo 1,7 bar di pressione.
E’ un vino gradevolissimo,con un invitante colore rosso rubino carico, più delicato nella versione spumante, e un profumo intenso di cui i principali descrittori sono l'albicocca,il lampone e soprattutto la rosa, che contraddistingue maggiormente questo vitigno. Inoltre, a differenza di molti altri vini della stessa tipologia, presenta un’importante dotazione di tannini che equilibrano il gusto dolce evitando la percezione di sensazioni stucchevoli.
Questi vini vanno consumati al massimo entro due anni dalla vendemmia,soprattutto se si vuole apprezzare il loro corredo aromatico.
A tavola si abbina molto bene con svariati tipi di dolce, in particolare con quelli tipici della sua zona di origine come i crumiri casalesi e la torta di nocciole alla piemontese.
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