Viene prodotto lungo i pendii di una collina ben delimitata ed anche nel catasto definita “Barbacarlo”.
Qui crescono da anni vitigni di Croatina , Vespolina e Uva Rara che vengono successivamente miscelati.
Si tratta di una collina impervia a 300 m.s.l.m., con terreno tufaceo e sabbioso ed esposizione sud-ovest, che permette di ricevere il sole tutto il giorno. La lavorazione in vigna è manuale, così come a mano si effettua la raccolta con una attenta selezione dei grappoli; la produzione è limitata e varia di anno in anno, ma in genere è scarsa.
L’uva matura viene accuratamente scelta e portata nella cantina dove viene pigiata e posta nelle botti con le bucce dove permane per 7 giorni circa e dove avviene la fermentazione in legno, come qui è sempre stato, in vecchie botti di rovere. Dopo 7/8 giorni, poi, si procede alla svinatura e i travasi si succedono per 8 mesi, ogni luna vecchia, per la decantazione naturale. Le botti sono di varia grandezza e sono usate a seconda della produzione annua, da 10 q. da 20 q. da 50q.
L’imbottigliamento avviene ad aprile/maggio e le nuove bottiglie vengono distese orizzontalmente per 40 giorni “ per fare amicizia col sughero del tappo” come dice Lino Maga, poi vengono raddrizzate in verticale e messe in vendita dopo 4 mesi.Il Barbacarlo può anche durare 30 anni.
La visita all’Azienda di Lino Maga, produttore, con suo figlio Giuseppe, di Barbacarlo è comunque un avvenimento:
prima si raggiunge la cantina di lavorazione posta in mezzo ad un parco ricco di piante, fiori ed animali a Broni (Pavia) dove, in un recinto sono allevate oche, in un altro pascolano mucche, in un altro ancora cani scorazzano tranquilli.La sensazione è quella di sentirsi veramente in mezzo alla natura.Il figlio di Lino Maga ci conduce in cantina e ci mostra le botti dove il vino viene posto a macerare dopo la vendemmia; le botti non sono moltissime e, curiosamente, ciascuna ha scritto un nome sul legno, ciascuna un nome diverso: sono nomi di persone care, di parenti, di amici che, come ci spiega Giuseppe, non ci sono più a cui è dedicato il lavoro della cantina.
Non sono tantissime le botti, anzi non c’è l’aria di una grande produzione; sembra piuttosto una cantina di nicchia che ha la sua procedura particolare nella lavorazione del vino. Infatti ci viene svelata la vecchia ricetta famigliare del Barbacarlo utilizzata dalla famiglia Maga fin dall’Ottocento :
50% di Croatina
30% di Uva Rara
20% di Vespolina o Ughetta
La Croatina è un vitigno originario dell’Oltrepò Pavese fin dal Medioevo dove è stato molto utilizzato per la sua resistenza all’oidio ed è presente in molti uvaggi.
Ma, a detta di Lino Maga, quel che fa la differenza, qui è la terra : il terreno tufaceo, l’esposizione che rende le vigne soleggiate tutto il giorno, la posizione collinare con conseguente escursione termica sono tutti fattori che rendono la vigna del Barbacarlo meravigliosamente vocata, quella che i Francesi definirebbero “Gran Crù”.
La terra si estende per soli 4 ettari ed ha una resa bassa, ma sono 4 ettari che fanno la differenza.Ovviamente la produzione muta a seconda dell ’annata ma è sempre limitata, contenuta; se un anno l’uva non è buona si preferisce non vinificare , come nel 2008.
Si producono in media 8000 bottoglie di Barbacarlo e 7000 di Montebuono ogni anno, altro vino prodotto dall’Azienda con lo stesso uvaggio ma in terreno diverso, riguardo al quale ci viene raccontato che fu il vino che piacque a Napoleone quando lo assaporò di ritorno dalla battaglia di Marenco.
Il figlio Giuseppe ci ha mostrato la cantina, il padre Lino ci conduce nella sala degustazione, in una costruzione al centro del paese dove ha sede anche la sua abitazione.Lino Maga ama ricordare e, in questa stanza ricca di cimeli e di bottiglie nuove ed antiche, di attestati e di premi, ci racconta del passato, di Veronelli che amava il suo vino e di Gianni Brera che era solito passare a trovarlo; ci racconta la storia della sua famiglia e di quando, nel 1884, lo zio Carlo, ancora in vita donò ai nipoti la collina detta poi “Barba Carlo “ perché ai tempi Broni era ligure e “barba” in quel dialetto significa “zio”. Ma il nome, il marchio di famiglia venne usurpato, quando, nel 1961, il Consorzio dell’Oltrepò permise che fosse utilizzato per indicare un vino comune e che si producesse Barbacarlo in 45 paesi.
Lino Maga si ribellò ed iniziò una causa che durò per ben 22 anni ma che, alla fine, vinse, riaffermando il nome come proprio della produzione della famiglia.
La degustazione che segue è del Barbacarlo del 2010, che ha ottenuto vari riconoscimenti per l’ottima annata, di quello dell’anno precedente e seguente.
Ottimo vino, di un colore rosso rubino intenso e penetrante con riflessi aranciati, che offre al naso sentori di frutta rossa matura e spezie.In bocca risulta potente, denso e ricco, persistente ed elegante.Un vino da risotti sostanziosi, da salumi.Un vino, come dice Lino Maga,con un accenno di sorriso, che basta essere in due per gustarlo : la bottiglia e chi la beve.Ci pervade una sensazione di altri tempi, in questo posto, dove tutto scorre lento e affiorano le storie del passato,un’atmosfera che non si ritrova facilmente nella maggior parte delle aziende vinicole; qui il tempo si è fermato, si vive la natura con i suoi animali e i suoi frutti, si vive la produzione del vino come uno chef vivrebbe la creazione di una sua specialità e un artista la creazione di una sua opera ; qui non c’è nulla della logica produttiva fine a se stessa.
Blog di interesse enologico, con degustazioni e note di viaggi alla ricerca di aziende vinicole ed approfondimento su vitigni e terroir, caratteristiche ambientali e pedoclimatiche.
lunedì 14 aprile 2014
lunedì 24 marzo 2014
CAPPELLANO, UN BAROLO D'ANTAN
“Nel 1983 chiesi al giornalista Sheldon Wasswerman di non pubblicare il punteggio dei miei vini.Così fece, ma non solo, sul libro “Italian Noble Wines” scrisse che non chiedevo di far parte di classifiche ove il confronto,dagli ignavi reso dogma, è disaggregante termine numerico e non condivisa umana fatica.Non ho cambiato idea, interesso una ristretta fascia di amici clienti, sono una piccola azienda agricola da 20.000 bottiglie l’anno…..”
Queste le parole che si leggono sul retro della bottiglia del Barolo D.O.C.G. Piè Rupestris, parole di Teobaldo Cappellano che, sul finire degli anni Sessanta, arrivò a Serralunga dall’Eritrea dove era nato e cresciuto e ricostruì l’azienda di famiglia fondata da Filippo Cappellano in un terreno particolarmente vocato di 40 ettari.
LA STORIA
La storia della Cantina Cappellano ebbe inizio nel 1870, quando venne fondata dal notaio Filippo Cappellano per poi , alla sua morte, passare al figlio Giovanni, enologo fantasioso che incrementò l’attività, inventando la cura dell’uva e realizzando impianti alberghieri ad Alba e a Serralunga. All’Esposizione Universale di Parigi del 1889, la Cantina Cappellano conquistò la medaglia di bronzo per i suoi vini.
Ma l’invenzione più originale è da attribuirsi a Giuseppe, fratello di Giovanni, che, in quanto farmacista, confezionò la sapiente ricetta del Barolo Chinato, aggiungendo spezie al vino di famiglia.
Dopo un periodo di divisione, fu Teobaldo che, sul finire degli anni Sessanta, riprese il cammino dell’Azienda che si era arrestato con l’aiuto del figlio Augusto che ora ne è divenuto il titolare seguendo i dettami del padre e cioè producendo vino da vigne che non conoscono diserbanti e che prosperano nel pieno rispetto della natura, vino che viene fatto secondo i sistemi di vinificazione più tradizionali.
I vini di Augusto Cappellano, come quelli prodotti dal padre, non sono presenti nelle guide.
I VINI
In linea con la filosofia dell’Azienda i vini Cappellano nascono da uve trattate solo con zolfo e verderame, concimate con le vinacce spremute, secondo la concezione che deve ritornare alla terra ciò che la terra ha dato.
Le uve migliori crescono sulla collina Gabutti,vengono raccolte a piena maturazione e poi subiscono lunghe fermentazioni e affinamento in botti grandi di rovere di Slavonia che donano morbidezza ed aromi delicati senza, però, il sentore di tostatura proprio della barrique.Il Nebbiolo diventa armonico e vellutato con una bella struttura e con morbidi tannini, in bocca una vera sinfonia.
Insieme ad altri due produttori famosi, Beppe Rinaldi e Mariateresa Mascarello, Augusto Cappellano fa parte del gruppo di viticultori legati da una comune filosofia di produzione sia in vigna che in cantina al fine di realizzare “ i profumi ed i sapori che esprimono il territorio e l’idea di quanto si può fare rispettando il più possibile la natura “.
PRODUZIONE
L’Azienda Cappellano è oggi di 5 ettari e i vigneti si estendono in terreni in prevalenza tufacei a 300 m.s.l.m.
I vitigni impiantati sono:
Nebbiolo
Barbera
Dolcetto
I crù sono Gabutti e Novello e la forma di allevamento è a guyot.L’invecchiamento avviene in cemento e botti di rovere.La produzione è di 20.000 bottiglie annue.
I VINI
BAROLO RUPESTRIS
BAROLO FRANCO
NEBIOLO
BARBERA
DOLCETTO
BAROLO CHINATO
Il Barolo Chinato è un vino aromatizzato prodotto con aggiunta al Barolo di zucchero ed alcool etilico nel quale precedentemente sono state poste in lenta macerazione diverse spezie tra cui la corteccia di China Calissaia, la radice di Genziana e il seme di Cardamomo. Segue un affinamento in botte per un anno.
Queste le parole che si leggono sul retro della bottiglia del Barolo D.O.C.G. Piè Rupestris, parole di Teobaldo Cappellano che, sul finire degli anni Sessanta, arrivò a Serralunga dall’Eritrea dove era nato e cresciuto e ricostruì l’azienda di famiglia fondata da Filippo Cappellano in un terreno particolarmente vocato di 40 ettari.
LA STORIA
La storia della Cantina Cappellano ebbe inizio nel 1870, quando venne fondata dal notaio Filippo Cappellano per poi , alla sua morte, passare al figlio Giovanni, enologo fantasioso che incrementò l’attività, inventando la cura dell’uva e realizzando impianti alberghieri ad Alba e a Serralunga. All’Esposizione Universale di Parigi del 1889, la Cantina Cappellano conquistò la medaglia di bronzo per i suoi vini.
Ma l’invenzione più originale è da attribuirsi a Giuseppe, fratello di Giovanni, che, in quanto farmacista, confezionò la sapiente ricetta del Barolo Chinato, aggiungendo spezie al vino di famiglia.
Dopo un periodo di divisione, fu Teobaldo che, sul finire degli anni Sessanta, riprese il cammino dell’Azienda che si era arrestato con l’aiuto del figlio Augusto che ora ne è divenuto il titolare seguendo i dettami del padre e cioè producendo vino da vigne che non conoscono diserbanti e che prosperano nel pieno rispetto della natura, vino che viene fatto secondo i sistemi di vinificazione più tradizionali.
I vini di Augusto Cappellano, come quelli prodotti dal padre, non sono presenti nelle guide.
I VINI
In linea con la filosofia dell’Azienda i vini Cappellano nascono da uve trattate solo con zolfo e verderame, concimate con le vinacce spremute, secondo la concezione che deve ritornare alla terra ciò che la terra ha dato.
Le uve migliori crescono sulla collina Gabutti,vengono raccolte a piena maturazione e poi subiscono lunghe fermentazioni e affinamento in botti grandi di rovere di Slavonia che donano morbidezza ed aromi delicati senza, però, il sentore di tostatura proprio della barrique.Il Nebbiolo diventa armonico e vellutato con una bella struttura e con morbidi tannini, in bocca una vera sinfonia.
Insieme ad altri due produttori famosi, Beppe Rinaldi e Mariateresa Mascarello, Augusto Cappellano fa parte del gruppo di viticultori legati da una comune filosofia di produzione sia in vigna che in cantina al fine di realizzare “ i profumi ed i sapori che esprimono il territorio e l’idea di quanto si può fare rispettando il più possibile la natura “.
PRODUZIONE
L’Azienda Cappellano è oggi di 5 ettari e i vigneti si estendono in terreni in prevalenza tufacei a 300 m.s.l.m.
I vitigni impiantati sono:
Nebbiolo
Barbera
Dolcetto
I crù sono Gabutti e Novello e la forma di allevamento è a guyot.L’invecchiamento avviene in cemento e botti di rovere.La produzione è di 20.000 bottiglie annue.
I VINI
BAROLO RUPESTRIS
BAROLO FRANCO
NEBIOLO
BARBERA
DOLCETTO
BAROLO CHINATO
Il Barolo Chinato è un vino aromatizzato prodotto con aggiunta al Barolo di zucchero ed alcool etilico nel quale precedentemente sono state poste in lenta macerazione diverse spezie tra cui la corteccia di China Calissaia, la radice di Genziana e il seme di Cardamomo. Segue un affinamento in botte per un anno.
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domenica 26 gennaio 2014
IL GALLO NERO STA CRESCENDO
Cambia il marchio del Gallo Nero e, in quello nuovo, il Gallo è raffigurato più possente e dominante sulla scena.
E cambia anche la produzione del Chianti Classico che dal 1925 prevedeva solo due etichette : Chianti Classico e Chianti Classico Riserva.
Col disciplinare del 2013 è nato il Chianti Classico Gran Selezione che sarà messo in vendita quest’anno, nel luglio 2014, col vino del 2010 dopo controlli organolettici e un invecchiamento di 30 mesi e che sarà l’eccellenza della produzione e ne rappresenterà una percentuale tra il 5% e il 10%.
Quindi:
Chianti Classico
Chianti Classico Riserva
Chianti Classico Gran Selezione
Una scala di qualità che vede in cima alla denominazione Chianti Classico una nuova eccellenza interamente prodotta con uve del Gallo Nero.
"Gran Selezione" rilancerà un Chianti Classico diverso dagli altri e con mezzo grado in più di alcol, secondo il nuovo disciplinare. Altra grande novità è l’obbligo di dimostrare che l’uva è stata coltivata, raccolta, vinificata e imbottigliata dalla stessa azienda.
Con un affinamento più lungo, al minimo di 30 mesi di cui almeno 3 di affinamento in vetro, si spera di proporre un prodotto di maggiore qualità e raggiungere un pubblico sempre più ampio.
Uno dei più importanti simboli del Made in Italy è stato oggetto di un restilyng che si spera sia sostanziale e non solo di facciata.
Il Gallo Nero è lo storico simbolo del Chianti adottato come marchio per il vino Chianti Classico dal Consorzio che raggruppa i produttori e che ne tutela l’immagine.
Nacque come simbolo della Lega del Chianti, una sorta di giurisdizione militare creata dalla Repubblica del Marzocco nel 1384 in funzione antisenese e che comprendeva in origine i comuni di Castellina in Chianti, Gaiole in Chianti e Radda in Chianti.
Nel 1716 il Granduca di Toscana, Cosimo III emanò un vero e proprio primo disciplinare decretando che i prodotti di Gajole, Castellina e Radda potessero chiamarsi “Vini del Chianti” ed in cludendo nella zona anche una parte del Comune di Greve.
« ...per il Chianti è restato determinato e sia. Dallo Spedaluzzo fino a Greve; di lì a Panzano, con tutta la Podesteria di Radda, che contiene tre terzi, cioè Radda, Gajole e Castellina, arrivando fino al confine dello Stato di Siena..... »
I confini del Chianti Classico corrispondono più o meno a quelli fissati dal bando del Granduca di Toscana nel 1716, epoca in cui, per la prima volta nella storia vinicola, un documento legale prevedeva la delimitazione di un’area di produzione, anticipando di oltre 200 anni ogni altra iniziativa del genere nel mondo.
La scelta del Gallo Nero come simbolo rappresentativo del Consorzio dei produttori ha origini antichissime come attesta la tradizione e vale la pena ricordare l’antica storia della nascita di tale stemma.
La tradizione vuole che nel Medioevo le città di Firenze e Siena rivendicassero, ricorrendo spesso alle armi, il controllo su questo preziosissimo angolo di Toscana, ma entrambe, stanche di battaglie, decisero di regolare la questione con un singolare e pacifico arbitrato.
Infatti, le due città si accordarono di affidare la delimitazione dei loro confini contesi ad una sfida pacifica tra due cavalieri uno in rappresentanza di Firenze e l’altro di Siena. La prova cavalleresca prevedeva che il confine sarebbe stato fissato nel punto dove i due cavalieri si fossero incontrati partendo al canto del gallo dalle rispettive città.
I senesi scelsero un gallo bianco e lo nutrirono con cibo prelibato,convinti che all’alba avrebbe cantato più forte, invece, i fiorentini, scelsero un gallo nero che tennero volutamente a digiuno.
Il giorno della prova il gallo nero fiorentino, affamato, iniziò a cantare molto prima dell’alba, mentre quello bianco senese, sazio,dormiva tranquillo.
Così, il cavaliere fiorentino al canto del gallo iniziò la sua corsa al galoppo, mentre quello senese dovette aspettare ancora prima che il gallo bianco cantasse: il risultato fu che i due cavalieri si incontrarono a soli 12 km dalle mura di Siena e così la Repubblica fiorentina potè annettersi la quasi totalità dei territori del Chianti, area geografica di 70 mila ettari di superficie dove si produce il vino Chianti Classico che ha caratterizzato l’economia e anche il paesaggio della zona.
E cambia anche la produzione del Chianti Classico che dal 1925 prevedeva solo due etichette : Chianti Classico e Chianti Classico Riserva.
Col disciplinare del 2013 è nato il Chianti Classico Gran Selezione che sarà messo in vendita quest’anno, nel luglio 2014, col vino del 2010 dopo controlli organolettici e un invecchiamento di 30 mesi e che sarà l’eccellenza della produzione e ne rappresenterà una percentuale tra il 5% e il 10%.
Quindi:
Chianti Classico
Chianti Classico Riserva
Chianti Classico Gran Selezione
Una scala di qualità che vede in cima alla denominazione Chianti Classico una nuova eccellenza interamente prodotta con uve del Gallo Nero.
"Gran Selezione" rilancerà un Chianti Classico diverso dagli altri e con mezzo grado in più di alcol, secondo il nuovo disciplinare. Altra grande novità è l’obbligo di dimostrare che l’uva è stata coltivata, raccolta, vinificata e imbottigliata dalla stessa azienda.
Con un affinamento più lungo, al minimo di 30 mesi di cui almeno 3 di affinamento in vetro, si spera di proporre un prodotto di maggiore qualità e raggiungere un pubblico sempre più ampio.
Uno dei più importanti simboli del Made in Italy è stato oggetto di un restilyng che si spera sia sostanziale e non solo di facciata.
Il Gallo Nero è lo storico simbolo del Chianti adottato come marchio per il vino Chianti Classico dal Consorzio che raggruppa i produttori e che ne tutela l’immagine.
Nacque come simbolo della Lega del Chianti, una sorta di giurisdizione militare creata dalla Repubblica del Marzocco nel 1384 in funzione antisenese e che comprendeva in origine i comuni di Castellina in Chianti, Gaiole in Chianti e Radda in Chianti.
Nel 1716 il Granduca di Toscana, Cosimo III emanò un vero e proprio primo disciplinare decretando che i prodotti di Gajole, Castellina e Radda potessero chiamarsi “Vini del Chianti” ed in cludendo nella zona anche una parte del Comune di Greve.
« ...per il Chianti è restato determinato e sia. Dallo Spedaluzzo fino a Greve; di lì a Panzano, con tutta la Podesteria di Radda, che contiene tre terzi, cioè Radda, Gajole e Castellina, arrivando fino al confine dello Stato di Siena..... »
I confini del Chianti Classico corrispondono più o meno a quelli fissati dal bando del Granduca di Toscana nel 1716, epoca in cui, per la prima volta nella storia vinicola, un documento legale prevedeva la delimitazione di un’area di produzione, anticipando di oltre 200 anni ogni altra iniziativa del genere nel mondo.
La scelta del Gallo Nero come simbolo rappresentativo del Consorzio dei produttori ha origini antichissime come attesta la tradizione e vale la pena ricordare l’antica storia della nascita di tale stemma.
La tradizione vuole che nel Medioevo le città di Firenze e Siena rivendicassero, ricorrendo spesso alle armi, il controllo su questo preziosissimo angolo di Toscana, ma entrambe, stanche di battaglie, decisero di regolare la questione con un singolare e pacifico arbitrato.
Infatti, le due città si accordarono di affidare la delimitazione dei loro confini contesi ad una sfida pacifica tra due cavalieri uno in rappresentanza di Firenze e l’altro di Siena. La prova cavalleresca prevedeva che il confine sarebbe stato fissato nel punto dove i due cavalieri si fossero incontrati partendo al canto del gallo dalle rispettive città.
I senesi scelsero un gallo bianco e lo nutrirono con cibo prelibato,convinti che all’alba avrebbe cantato più forte, invece, i fiorentini, scelsero un gallo nero che tennero volutamente a digiuno.
Il giorno della prova il gallo nero fiorentino, affamato, iniziò a cantare molto prima dell’alba, mentre quello bianco senese, sazio,dormiva tranquillo.
Così, il cavaliere fiorentino al canto del gallo iniziò la sua corsa al galoppo, mentre quello senese dovette aspettare ancora prima che il gallo bianco cantasse: il risultato fu che i due cavalieri si incontrarono a soli 12 km dalle mura di Siena e così la Repubblica fiorentina potè annettersi la quasi totalità dei territori del Chianti, area geografica di 70 mila ettari di superficie dove si produce il vino Chianti Classico che ha caratterizzato l’economia e anche il paesaggio della zona.
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martedì 14 gennaio 2014
TINTILIA, il profumo delle spezie
Considerato un vitigno di origine spagnola per la peculiarità evocativa del suo nome, alla spagnola “vino tinto” cioè rosso intenso come l’uva da cui viene prodotto,solo di recente le analisi genetiche hanno dimostrato come il Tintilia sia vitigno autoctono molisano che non gode neppure di legami di parentela con il Bovale sardo, vitigno con il quale è stato a lungo equiparato.
Merita una citazione la poetica ricostruzione di Livio Palazzo viticultore e produttore di Tintilia che, avendo consultato gli archivi storici molisani, lo definisce dono dei mercanti greci che barattavano con i pastori sanniti e che in cambio di lana , grano e formaggio offrivano raffinati prodotti ed anche le pianticelle di vite che si diffusero intensamente nell’Italia meridionale preromana, chiamata Enotria.
Infatti, tracce di viticoltura molisana, almeno in un ristretto areale situato tra i 450/500 m. s.l.m.,si hanno già ai tempi dei Greci con un vino denominato Paetrutianum e Plinio il Vecchio elogiò, inoltre, un famoso vino della zona di Isernia.
Autoctono di terra molisana, quindi, anche se non bisogna dimenticare che , dopo la caduta dell’Impero romano,la viticoltura fu abbandonata e solo piu tardi, in epoca alto-medievale, ripresa dai frati benedettini e cistercensi che procedettero ad una classificazione abbastanza grossolana di uve e vitigni, ispirandosi a testi antiche e a memorie tramandate.
Non è certo da escludersi che il Tintilia sia realmente vitigno di origine spagnola, arrivato in Italia intorno al Settecento con la dinastia borbonica.
Si parla diTintilia negli ultimi anni dell’Ottocento, quando era uno dei vitigni più coltivati nella provincia di Campobasso, nel Molise centrale e, soprattutto, merita ricordare che, prima che fosse messo in difficoltà dal diffondersi della filossera, vinse, col nome di “ Sannio rosso” vinificato in purezza e prodotto dalla cantina Janigro di Montagano, nel Novecento, la medaglia d’oro alla Mostra Vinicola di Parigi.
Un tempo diffusissima in territorio molisano, ha perso importanza e diffusione quando il mercato ha deciso di privilegiare la coltivazione di uve di grande produzione nonché di vitigni internazionali,più richiesti e di più facile vinificazione; la Tintilia venne così espiantata fino ad una ventina di anni fa, quando appassionati e studiosi decisero un approfondimento ed uno studio particolare del vitigno e sul suo profilo genetico che risultò interessante e tipico soltanto di questa zona.
La DOC Tintilia del Molise fu istituita nel 2011.
Vitigno a bacca rossa, ricchissimo di polifenoli perché di grappolo spargolo ad acini numerosi e piccoli, quindi con molta buccia pruinosa di un bel nero/blù produttrice di grande quantità di antociani, si adatta alle condizioni pedoclimatiche dell’alta collina molisana ed è caratterizzato da bassa resa produttiva.
Il vino DOP Tintilia del Molise deve essere ottenuto da uve Tintilia almeno al 95%.
Il colore è un bel rosso rubino intenso che tende al granata con l’invecchiamento ma è al naso che offre le sue meravigliose e peculiari caratteristiche olfattive: come se si aprisse l’armadietto delle spezie, si resta inebriati da aromi speziati ma anche floreali e fruttati, sentori di frutta macerata,di aromi balsamici, di erbe di macchia mediterranea, di pepe, cuoio, liquirizia.
In bocca è elegante e fine, di struttura, con buona acidità e sapidità.
La vinificazione è termo controllata, il grado alcolico solitamente elevato,l’invecchiamento e l’affinamento avvengono generalmente in acciaio ed in bottiglia, si fa poco uso del legno proprio per preservare i caratteri peculiari del vitigno.
Nella serata organizzata da Onav Genova e condotta da Carolina Iorio sono stati presentati , illustrati e degustati ben cinque esemplari di Tintilia:
1)Tintilia rosè Terra degli Osci IGT dell’Azienda Catabbo; vino fresco, morbido e di bella speziatura che viene affinato per tre mesi in barrique di terzo passaggio;
2)Tintilia 2011 DOC dell’Azienda D’Uva Larino, vinificato con macerazione pellicolare ed affinato in solo acciaio per 18 mesi;
3)Tintilia 2009 DOC dell’Azienda Salvatore, vinificato in acciaio con frequenti rimontaggi;
4)Tintilia dell’Azienda Cipressi in purezza al 100% vinificato in acciaio ed affinato in vetro;
5)Tintilia Sator 2009 dell’Azienda Cianfagna Acquaviva con macerazione sulle bucce e malo lattica spontanea.
Ottimi vini, di prezzo compreso tra i 10 e i 15 euro.
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