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venerdì 30 novembre 2018

IL Rigoloccio, azienda maremmana


L’azienda Agricola Rigoloccio deve il suo nome ad una antica una di pirite adesso dismessa, a testimonianza della fortissima mineralità del terreno situato nel parco delle colline metallifere nel comune di Gamorrano, Maremma della provincia di Grosseto.
L’enologo Fabrizio Moltard e il General Manager Eros Dal Lago hanno presentato i vini dell’Azienda presso il Westing Palace di Milano e hanno raccontato la storia della tenuta che esiste dal 2002, dove l’impianto vitivinicolo è stato studiato in funzione del terreno con impostazione decisamente bordolese, tipo francese.
Il progetto è stato affidato a due professionisti: l’agronomo francese Pierre Marie Guillaume e l’enologo Fabrizio Moltard che, ancora oggi, gestiscono le operazioni in vigna e cantina e che hanno scelto di coltivare Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Petit Verdot proprio in considerazione della particolare natura del suolo minerale con una componente ben bilanciata di sabbia, limo e argilla e con un’elevata presenza di pietre, sia anche per il microclima della zona. I filari sono collocati in zona precollinare, tra i 40 e i 100 metri, e beneficiano di soleggiamento costante, effetto mitigante delle brezze marine e notevole escursione termica giorno-notte. La produzione di uva per ettaro si aggira sui 60 quintali.
In degustazione:
1) Mistral, Chardonnay, Maremma Toscana Doc, 2017
2) Fonte dell’Anguillaia, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, Toscana Rosso Igt, 2014
3) Il Sorvegliante, Cabernet Franc, Cabernet sauvignon e Petit Verdot , Toscana Rosso Igt, 2014
4) Elegantia, Cebernet Franc, Cabernet Sauvignon, blend al 50%, Maremma Toscana Doc, 2011
5) Abundantia, Merlot, Maremma Tosc
ana Doc, 2012
Si può affermare che gli ultimi due vini, Elegantia e Abundantia siano il vero fiore all’occhiello dell’Azienda, vini in cui il legno, usato con sapienza, ha bilanciato la potenza del frutto in una miscela di eleganza e persistenza ma anche di intensità e profondità tipica dei Supertuscan toscani:
Elegantia di taglio bordolese, invecchiato in barrique per 18 mesi, dal colore rosso rubino intenso, e dai sentori olfattivi ampi e netti, caratterizzati da note vegetali, frutta rossa, ginepro, spezie, pepe; elegante in bocca con grande intensità e persistenza.
Abundantia è un Merlot in purezza maturato in barrique per circa 20 mesi prima di un ulteriore affinamento in bottiglia di sei mesi, dopo una macerazione e fermentazione a temperatura controllata (per 24 giorni, con rimontaggi e follature).
Si presenta con un rosso rubino intenso e, al naso, offre profumi fruttati, note di marasca, prugne, viola e spezie dolci; in bocca risulta deciso, morbido ed equilibrato, di bella freschezza e con tannini vellutati, lungo nel finale. Un bel vino che ha ottenuto molti riconoscimenti in Italia e nel mondo.















sabato 27 maggio 2017

VULCANI E VINI

Interessante sia per l’approfondimento geologico in materia di terroir creato da magma lavico, sia per la degustazione di otto vini veramente notevoli, la serata organizzata da Onav Milano sul tema “I vini dei vulcani”, condotta dal Presidente Intini, che ha messo in evidenza la vastità dell’estensione dei territori vulcanici in Italia e nel mondo.
A parlare di valore dei vulcani, oggi, nel campo della produzione enologica, sono stati per primi i promotori di “Volcanic Wines”, associazione nata nel 2009, che raccoglie al suo interno le doc italiane di origine vulcanica, assieme ad enoteche e a comuni che sono accomunati dal “fattore vulcano”. Aldo Lorenzoni, direttore del Consorzio, afferma, a questo proposito, che “i valori del vulcano sono di grande attrazione e, sostanzialmente, tutti positivi perché significano rigenerazione, forza, potenza..”
I suoli costituiti o originati da vulcanoclasti ricoprono circa 124 milioni di ettari nel mondo. In termini di paragone, rappresentano quattro volte la superficie dell’Italia, circa l’1% della superficie della Terra, fornendo sostentamento al 10% della popolazione mondiale: dato che esprime in maniera chiara il concetto di “fertilità” spesso attribuito alla terra dei vulcani in tutto il mondo.
I suoli vulcanici sono distribuiti prevalentemente lungo i bordi delle placche tettoniche o in loro prossimità. Tra le principali zone vitivinicole mondiali costituite quasi interamente da questo tipo di suoli possiamo elencare Napa Valley (California), Casablanca Valley (Cile), Santorini (Grecia), Rias Baixas (Spagna), Stellembosch (Sud Africa), Isole Azzorre (Portogallo), Alture del Golan (Isralele), Yarra Valley (Australia).
In Italia i principali distretti produttivi di questo tipo si trovano, partendo da nord, in Alto Adige, nella zona di Terlano, nel Soave, ai piedi dei Monti Lessini e sulla parte collinare dei Colli Euganei, in Toscana, zona Pitigliano, nell’areale dei Castelli Romani, nei territori di Orvieto e Montefiascone, nel Frascati e nel Viterbese, a Roccamonfina e a Galluccio in provincia di Caserta, nella zona del Vesuvio e dei Campi Flegrei in Campania, nella zona del Vulture e nell’arcipelago delle isole Eolie, sull’Etna e a Pantelleria in Sicilia, nell’areale di Mogoro, in provincia diOristano.
Nel suo complesso, la superficie vitata su cui insistono le doc di origine vulcanica ammonta a 17.050 ettari, per una capacità produttiva di 1.262.923 ettolitri di vino, che in termini di bottiglie corrispondo a 150 milioni di bottiglie.
Ma quali sono le componenti che rendono unici i vini prodotti all’interno delle zone vulcaniche?
Intanto va precisato che, molto spesso, la viticoltura di queste aree e sulle pendici dei vulcani è frutto di una incessante azione di costruzione del territorio, attraverso lavori di contenimento morfologico e di terrazzamento che richiedono un intervento continuo. Ma l’ingrediente segreto della loro caratteristica consiste nella composizione dei suoli, che, a loro volta, sono figli delle differenti attività vulcaniche. Le eruzioni vulcaniche, che possono manifestarsi sia come emissioni all’esterno di materiale solido, come i lapilli e le bombe, sia con la fuoruscita di ceneri o, ancora, con la classica colata lavica o allo stato gassoso, sono generatori di nuove realtà geologiche e un bonificatore di terreni sterili: ciò che esce dal vulcano è molto fertile.
Se l’elemento essenziale del magma è la silice la cui percentuale varia dal 50 al 70 %, il resto è composto da una miscela di altre sostanze e proprio l’eterogeneità, che vuol dire ricchezza di potassio, fosforo, zolfo, calcio, sodio, magnesio e di microelementi quali ferro, manganese, rame e zinco, è la chiave di lettura della particolare caratteristica dei luoghi vulcanici.
Esistono, poi, differenze tra i suoli vulcanici e sono sia dovuti alla struttura fisica, dai più leggeri come quelli costituiti dalla pomice dell’isola di Salina ai più pesanti ed argillosi dei vigneti dei Lessini e di Soave, ai tufi di Montefiascone ed alle sabbie di Frascati, sia alla composizione chimica, da quelli basici derivati dalla degradazione dei basalti, a quelli neutri e subacidi costituiti da porfidi e graniti, rispettivamente di Terlano e della Gallura, da quelli ricchi di scheletro dell’Etna alle ceneri dei vigneti del Vesuvio.
In generale, però si può affermare che nessun altro suolo derivato da matrici calcaree o moreniche o metamorfiche ha una tale ricchezza di minerali.
Tutte le aree vulcaniche sono a fortissima vocazione vitivinicola e caratterizzate da produzioni di assoluto pregio, in particolar modo per quanto riguarda la tipologia dei vini bianchi (ma non mancano illustri esempi di produzione di vini rossi). E’ evidente che esiste una relazione tra suoli composti da basalti, tufi, pomici e la ricchezza gustativa e l’equilibrio che si riscontra normalmente nei vini bianchi prodotti in questi terroir.
Dal punto di vista sensoriale e organolettico, in un mondo in cui è sempre più difficile distinguere un vino da un altro, i cosiddetti sentori minerali stanno assumendo sempre più un carattere identificativo per alcune produzioni, anche se è solo negli ultimi anni, e grazie a tecniche di vinificazione in riduzione, che si è riusciti a sviluppare aromi e profumi riconducibili alla mineralità.
Semplificando e per capire meglio è quell’effetto che si produce aggiungendo il sale su una fetta di limone. Il primo impatto è dato dall’acidità e può essere aggressivo, poi subentra la salinità. Il sale tampona l’acidità portando una dolcezza contenitiva e si traduce in uno stimolo profondo e lungo per le papille gustative.

Degustazione:

1) - Miglio Bianco Falanghina dei Campi Flegrei DOC, 2015.
Colore: bel paglierino carico.
Naso: floreale, gradevole e pulito, con leggera connotazione minerale e vagamente dolce. Alla rotazione, note di tiglio, di fiori gialli, di miele, sentori di banana e pesca matura.
Bocca: interessante e bella l’acidità di questa Falanghina che cresce ai piedi del Vesuvio e che dà un vino ben costruito, rotondo, in bocca corrispondente all’ olfatto. Vino giovane, sapido, lungo e persistente che emana, dopo un po’, anche note più verdi di clorofilla, note di fieno, sentore di banana e frutta bianca.

2) - Contrada Salvarenza, Soave Classico DOC, 2006, Gini
Colore: dorato e bello il colore di questo grande Soave da terreno basaltico-calcareo, maturato in legno.
Naso: importante all’olfatto con sentori di frutta tropicale quali ananas, mango, papaia, albicocca intensa disisdratata, mela.
Sentori di pietra focaia e bella nota minerale garbata miscelata con una nota burrosa: un naso di grande ricchezza per questo vino di dieci anni.
Bocca: burroso, grasso, tropicale, speziato e balsamico, lunghissimo e ricco di connotazioni affumicate. Garganega grandissimo con fondo amarotico, che regala sensazioni secche ma anche burrose. Lunghissimo e di bella acidità.Vino abbinabile con piatti di pesce elaborati, primi piatti con verdure e di bella struttura, carni bianche, salumi locali. Vino oltre i 90 punti.

3) - Barbarano Colli Berici DOC, 2016, Collis
Colore: molto bello il colore di questo Tai rosso di 12° dei Colli Berici.
Naso: emerge subito una interessante e vaga nota affumicata ma anche sentori fruttati, di lamponi, di fragola selvatica; percezione leggermente amarotica data da chiodo di garofano e spezia, un po’ fumè. Molto pulito al naso, con anche note di grafite, di terra e percezioni sulfuree.
Bocca: meno coordinato in bocca, risulta più scomposto, un po’ acido e un po’ tannico; bocca non all’altezza del naso.

4) - San Lorenzo Ciliegiolo, Maremma Toscana IGT, 2013 Sassotondo
Colore: bel colore violaceo di questo Ciliegiolo in purezza della zona di Sorana, allevato in terroir tufaceo.
Vitigno diffuso in Toscana per i sentori fruttati che regala al Chianti in uvaggio col Sangiovese.
Naso: floreale e fruttato con nota sulfurea, tanto fiore e tanto frutto;
alla rotazione del bicchiere regala sensazione bella ciliegia marasca e sentori terrosi.
Bocca: grande vino con nota di ciliegia un po’ dolciastra e con un bel tannino; grande eleganza finale. Vino elegante e tannico.
Il Ciliegiolo è un vitigno che sta per essere rilanciato nell’alto viterbese per essere vinificato in purezza. Vitigno di bella potenzialità.

5) - Carato Venusio, Aglianico del Vulture DOC, 2012, Cantine di Venosa
Colore: nobile e bello il colore di questo Aglianico del Vulture in purezza di 14,5°.
Naso: balsamico con note di timo mentolato, sentori forti e densi, quasi di cioccolato. Alla rotazione, sentori di erbe aromatiche, rosmarino e salvia, ma anche di frutto macerato e di terra. I profumi della zona di montagna in cui è allevato il vitigno.
Bocca: sentore mentolato con tannino, liquirizia netta ed evidente, lieve sentore di sedano: vino lunghissimo e gradevole.
Prodotto tipico, sano e fatto bene, rispettoso della tradizione, piacevole e ben costruito anche se più rude e corposo che elegante.
L’Aglianico uno dei vitigni piu significativi del patrimonio italiano.

6) - Serra della Contessa, Etna Rosso DOC, 2013, Benanti
Colore: lo stesso colore elegante e poco marcato che hanno in comune il Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio c col Pinot Nero.
Naso: particolare sentore di carni macerate piccanti, pepate e speziate, ma anche di terra e mineralità: un naso intrigante, molto denso e ricco.
Bocca: intenso e forte il tannino intenso di questo vino tipico, un po’ rude con acidità marcata, struttura robusta e che, sicuramente, reggerà bene nell’evoluzione.
I vigneti dell’Azienda Benanti sono in posizione bellissime e con uve selezionate e molto curate.
Bell’esempio di vino con acidità marcata, prodotto molto tipico di terreno vulcanico.

7) - Gattinara DOCG Riserva, 2011, Travaglini
Colore bellissimo ed elegante il colore di questo nebbiolo dell’Alto Piemonte.
Naso: fini sensazioni di note floreali, sentori balsamici, bella verticalità e grande eleganza; alla rotazione del bicchiere emergono le note di pino e di eucaliptolo ma anche sentori di frutta marmellatosa rossa e di erbe mentolate e medicali. Gran vino, di grande eleganza
Bocca: buonissimo, con un bel tannino da cacao fine, lungo e gradevolissimo.

8) - Malvasia delle Lipari DOC Passito, 2015, Fenech
Colore: color rame dovuto alla percentuale (5%) di Corinto Nero.
Naso: bell’agrumato, soprattutto di albicocca ma anche, in tono minore di mandarino e arancia in marmellata.
Bocca: dolce e garbato, regala una bella sensazione dell’amaro della buccia degli agrumi con nota dolce e finale lungo, secco e gradevole.
Il vino di Salina che, in origine, era un vino molto secco, è particolarmente sapido e salato per la mineralità delle terre vulcaniche.


mercoledì 1 febbraio 2017

VIGNAALTA, UNA BELLA ESPRESSIONE DI SANGIOVESE IN PUREZZA



Badia di Morrona a Terricciola, in provincia di Pisa, oggi una delle più interessanti realtà enologiche toscane, ha una storia antica e importante, come ci racconta Filippo Gaslini Alberti, rappresentante di terza generazione della famiglia che ne gestisce le attività agricole.
Fondata dai Benedettini nell’alto Medioevo per poi passare ai monaci Camaldolesi, le prime notizie riguardanti l’Abbazia risalgono al 1089 ed è riconducibile al 1152 la chiesa romanica con chiostro annesso, inserita nel complesso. Divenuta nel quindicesimo secolo residenza estiva del Vescovo di Volterra, in realtà è sempre stata terra vocata alla coltivazione della vite.
Fu solo nel 1939 che la proprietà venne acquistata dalla famiglia Gaslini Alberti, il cui capostipite Gerolamo era stato il fondatore del famoso omonimo ospedale genovese per bambini, divenuto famoso nel mondo.
Italo e Mario, ci racconta il loro discendente, hanno iniziato un lavoro tenace e profondo di cambiamento e rinnovamento che è stato continuato negli anni successivi dai discendenti che hanno mantenuto come simbolo aziendale lo stemma di famiglia e hanno proseguito l’opera di rinnovamento, iniziata nel 1939, dai vigneti alla cantina, al fine di produrre vini di qualità.
Oggi l’Azienda ha 600 ha, dei quali 105 allevati a vigneto.
I vigneti sono stati completamente rinnovati, migliorate costantemente le tecniche di vinificazione e di affinamento,
la cantina è stata ampliata rispetto al fabbricato storico
del Settecento e ora comprende 5500 mq. estesi su sei livelli.
La zona ricade nella DOCG Chianti e l’Azienda ha, in effetti, privilegiato la produzione di vini rossi, anche se viene vinificato anche dell’ottimo Vermentino.
Due vini tipici di fascia alta vengono prodotti nell’Azienda:
N’Antia, un Supertuscan di taglio bordolese, e VignaAlta, un Sangiovese in purezza.
Proprio il Sangiovese in purezza viene presentato in degustazione verticale durante la serata organizzata a Milano, presso l’Osteria del treno, il 30 gennaio 2017 per le annate 1997 1998 1999 2000 e 2011.
La serata dal titolo “ Sangiovese nel vecchio e nel nuovo millennio” mette a confronto anche due stili di affinamento diverso: prima la maturazione del vino avveniva esclusivamente in barriques, ora in botti grandi di rovere francese e in barriques di secondo passaggio solo per una piccola parte del vino.
Filippo Gaslini Alberti, presente alla serata con la moglie, spiega come sia per loro prioritario, oltre produrre vini di qualità, valorizzare la tradizione del luogo, concentrare tutta l’attenzione sulla specificità del territorio da salvaguardare e da trasmettere nei prodotti. Oltre la metà dei 110 ettari impiantati a vitigno, vedono crescere tra i filari il Sangiovese, vitigno principe della Toscana.

Degustazione:

In generale il Sangiovese prodotto dall’Azienda ha un bel bouquet e una bell’ equilibrio complessivo in tutte le sue annate, pur con differenze notevoli:

VignaAlta 1997
da uve raccolte dopo una estate con vendemmia anticipata, di alta concentrazione zuccherina.
L’affinamento è avvenuto per 15 mesi in barrique.
Al naso frutti rossi, un sentore di fiori essiccati, talco e spezie. Un lieve sentore polveroso.
In bocca il vino mantiene una bella acidità, corpo e persistenza. Ha vent’anni e non li dimostra, si avverte ancora il suo fascino fa sia all’olfatto che in bocca.

VignaAlta 1998
vino più vivo del precedente, da uve raccolte verso fine settembre, maturato solo in barrique per 15 mesi.
Bella espressività al naso, fruttato e speziato; in bocca buona l’acidità e bella la compattezza, morbido ma vivo e fresco il tannino.

VignaAlta 1999
Al naso fruttato con connotazioni di spezie, chiodi di garofano e frutti rossi; in bocca armonico, compatto e persistente; equilibrio e bella armonia.

VignaAlta 2000

Vino da annata eccellente con agosto caldissimo e vendemmia anticipata.
Frutta e fiori rossi al naso, ciliegie e amarene, spezie, liquirizia, chiodi di garofano, ma anche mineralità e macchia mediterranea. Maggiore la morbidezza rispetto ai precedenti.

VignaAlta 2011
Annata attualmente in commercio.
Ottima primavera, uva sana ad alta concentrazione zuccherina e rese basse.
Al naso bouquet intenso ed elegante con profumi di spezie dolci e frutta rossa, di alloro e di ciliegia, note di vaniglia.
Sangiovese di bella eleganza, fruttato e profondo al naso, morbido, calibrato e complesso in bocca. Bel tannino.
L’affinamento è avvenuto in botti da 25 hl di rovere francese e per una piccola parte del vino, in barrique di secondo passaggio.
In complesso vini di bella interpretazione del Sangiovese e dello stile toscano.







mercoledì 20 maggio 2015

BARRICOCCIO SANGIOVESE DOC E LE PULLEDRE IGT, DUE VINI DI ECCELLENZA DELL'AZIENDA ARCIPELAGO MURATORI SUVERETO VAL DI CORNIA


Il Barricoccio è un contenitore in terracotta ideato e sviluppato a Rubbia al Colle, con forma e dimensione di una barrique.
Siamo in piena terra degli antichi Etruschi che già allora coltivavano la vite ed ottenevano un vino che producevano e stoccavano appunto in anfore di terracotta. E’, quindi, un ritorno all’antico per ottenere un prodotto moderno che esca fuori dall’omologazione dei legni che, anche se già usati, cedono sempre qualcosa o molto al vino.
Affinato in argilla, mantiene nel tempo il colore rubino vivace e fresco della giovinezza ed è ben strutturato e morbido. Un vino generoso, da abbinare a carni rosse, salumi, crostini, conigli e pollame alla cacciatora, ottimo anche con zuppe di pesce e pesce arrosto.
Il vigneto di quasi 6 ettari è stato piantato nel 2001 recuperando 12 biotipi di Sangiovese franco di piede e poco Ciliegiolo da un vecchio vigneto della Val di Cornia. Le viti si trovano a 80 metri d’altezza in ambiente pedecollinare dal suolo argilloso con strati di sabbia profonda, dal clima caldo con buone escursioni notturne ed è coltivato a spalliera a cordone speronato. Sono 5.900 piante per ettaro di cui il 5% Ciliegiolo, un vitigno che ormai sta diventando raro, dal colore e presunto aroma di ciliegia, che darebbe morbidezza al Sangiovese.
Le uve macerano a temperatura controllata e con lieviti selezionati per circa 12 giorni con rimontaggi e follature quotidiane. Malolattica spontanea e riposo per ben oltre i 18 mesi nei Barricocci e per almeno 6 mesi in bottiglia.
Le Pulledre, Indicazione Geografica Tipica nasce da un uvaggio d’incontro tra due origini diverse, francese e italiana che si uniscono e si miscelano in quanto è composto da:
Cabernet Sauvignon, Petit Verdot, Syrah, Sangiovese e Ciliegiolo.
Un vino nato dalla collina della Rubbia, la più̀ alta della Val di Cornia, dove sapori e profumi mediterranei si uniscono alle argille scistose dei suoli per fare dell’eleganza la personalità di questo vino.
Le uve provengono dal Podere La Rubbia e dal Podere Le Pulledre.
Il Podere La Rubbia è un ambiente collinare con clima caldo e ventilato, suoli argilloso-calcarei con sedimenti pietrosi friabili a scaglie di colore che vanno dal bianco al grigio. L’altezza delle vigne, unica in Val di Cornia, favorisce una maggior escursione termica e una costante ventilazione che si traduce in uve con maggiori polifenoli e antociani. Il Podere Le Pulledre è situato in ambiente pedecollinare dal suolo argilloso con strati di sabbia profonda e dal clima caldo con buone escursioni termiche notturne.
In questo vino la forza del Cabernet, la morbidezza dello Syrah, ma anche il tannino e l’acidità del Sangiovese sono perfettamente riconoscibili ma il tutto risulta mirabilmente amalgamato.
“Le Pulledre è la rappresentazione liquida del paesaggio del podere cui si ispira. Un paesaggio non solo fisico ma anche e soprattutto storicoì” racconta Francesco Iacono, viti-enologo delle Tenute dell’Arcipelago Muratori che produce questo vino in Val di Cornia.
La vinificazione ha una procedura tutta particolare:
Syrah ed il Petit Verdot fermentati in tini di rovere in macerazione con le bucce per 7 gg
Sangiovese e Ciliegiolo fermentati in vasche di acciaio con follature per 8 giorni seguite da rimontaggi giornalieri per altri 2 giorni
Cabernet Sauvignon fermentato in tini di rovere in macerazione con le bucce per 45 giorni
Tutti i vini una volta svinati, sono affinati in barrique per 18-20 mesi.














martedì 6 gennaio 2015

IL CHIANTI E LA SUA STORIA

Il territorio che da secoli produce il vino Chianti Classico, è situato in una parte di Toscana delimitata a nord dai dintorni di Firenze, a est dai Monti del Chianti, a sud dalla città di Siena e a ovest dalle vallate della Pesa e dell’Elsa.
La vite arrivò in Toscana con gli Etruschi come testimoniano alcuni vasi attici del VI secolo a.C. ritrovati a Castellina in Chianti.
La coltura vinicola proseguì durante l’Impero Romano e sopravvisse anche dopo le devastazioni barbariche, grazie all’impegno dei monaci benedettini che, insieme alla cura dello spirito, si occupavano anche delle campagne coltivate a vite e olivo, spingendo la popolazioni a prendersi cura dei campi e della produzione di olio e vino.
A partire dall’anno Mille, si diffuse ovunque, sia nelle terre dei monaci sia in quelle del clero secolare e dei signori laici, la coltura “specializzata” della vite, che veniva allevata in forme basse a filari.
Il termine “Chianti” compare per la prima volta in una pergamena del 790, mentre le prime pergamene in cui si fa riferimento alla vinificazione in Chianti sono del 913 e sono state rinvenute nella chiesa di Santa Cristina a Lucignano.
In epoca medioevale fu terra di continue battaglie e dispute fra le città di Firenze e Siena per il possesso dei territori e fu appunto in quel periodo che
si comprese l’importanza della vite e dell’olivo e che venne sottratto spazio agli estesi boschi di castagni e di querce per produrre olio e vino in quantità sempre maggiore e di qualità sempre migliore tanto da conquistare progressivamente importanza economica e fama internazionale.
Che il vino fosse un prodotto importante lo testimonia, ad esempio, la fondazione a Firenze verso la seconda metà del Duecento, dell’Arte dei Vinattieri, la più importante delle Arti Minori, accompagnata dall’apertura di osterie e celle vinarie.
L’abitudine al consumo del vino, in quell’epoca, si diffuse velocemente e da prodotto di lusso, appannaggio delle tavole nobili, il vino divenne presto una bevanda di consumo popolare: era presente in tutte le case, da quelle dei ricchi a quelle dei contadini, che il più delle volte lo utilizzavano per miscelare un’acqua malsana.
Veniva considerato un vero e proprio alimento e fonti storiche documentano che veniva usato addirittura come farmaco per curare gli ammalati.
Negli antichi documenti si parla di vino “rutilante” o “vermiglio” (se rosso) o “vernaccia” (se bianco).
Dalla fine dell’800 in poi, il vino Chianti Classico si è sempre più affermato sulle tavole di tutto il mondo ed è stato uno dei prodotti italiani più famosi nel mondo.
Le città di Firenze e Siena sono considerate le “capitali” del Chianti Classico e le terre che si estendono tra le due province coprono circa 70.000 ettari che comprendono per intero i comuni di Castellina in Chianti, Gaiole in Chianti, Greve in Chianti, Radda in Chianti e in parte quelli di Barberino Val d’Elsa, Castelnuovo Berardenga, Poggibonsi, San Casciano in Val di Pesa e Tavarnelle Val di Pesa.
La zona vinicola storica del Chianti si estende nelle province di Firenze, Siena, Arezzo, Pisa e Pistoia ed è suddivisa in:
Colli aretini
Colli fiorentini
Colli senesi
Colline pisane
Montalbano
Montespertoli
Rufina

I confini del Chianti Classico corrispondono più o meno a quelli fissati dal bando del Granduca di Toscana Cosimo III De’Medici nel 1716, epoca in cui, per la prima volta nella storia vinicola, un documento legale prevedeva la delimitazione di un’area di produzione, anticipando di oltre 200 anni ogni altra iniziativa del genere nel mondo.
Si deve, invece, al barone Bettino Ricasoli la famosa formula codificata intorno al 1870 per produrre il Chianti Classico.
Famiglia risalente ai tempi longobardi per nobiltà, i Ricasoli erano già baroni nell’undicesimo secolo, quando fecero costruire il Castello di Brolio a difesa della Repubblica fiorentina contro le pretese di estensione territoriale dei senesi.
Il barone Bettino, chiamato Barone di Ferro (1809/1880), fu uno dei protagonisti del Risorgimento italiano insieme a Cavour, due volte Primo Ministro del Regno e l’inventore della formula di vinificazione del Chianti nonché della storia moderna del vino in Toscana.
Per produrre il Chianti Classico era necessario utilizzare l’uva di tre vitigni:
Sangiovese per sette decimi;
Canaiolo per due decimi;
Malvasia del Chianti per un decimo.

La Malvasia, in seguito, verrà sostituita dal Trebbiano toscano.
Il Chianti viene prodotto ancora così, con uve provenienti da vigneti coltivati a non più di 550 metri di altitudine s.l.m. Il vino ottenuto da uve Sangiovese è molto corposo, dal particolare bouquet, piuttosto aspro da giovane e perciò adatto all’invecchiamento. Il Canaiolo Nero mitiga le asprezze del Sangiovese esaltandone il colore.
L’equilibrio del Chianti doveva essere basato, secondo il Barone, su vitigni che fossero ben assuefatti al terreno. Si ricorreva allora – e venne codificata anch’essa – al Governo alla Toscana che consisteva in una particolare tecnica di vinificazione sostenuta nel secolo scorso per ottenere vini fruttati e profumati. Per ottenere un Chianti governato all’uso toscano, in periodo di vendemmia, si doveva prelevare la parte più matura e più sana del Sangiovese e lasciare i grappoli per sei settimane sui graticci affinché appassissero leggermente col semplice contatto dell’aria.
Queste uve, poi pigiate, venivano unite al mosto di vendemmia che aveva, nel frattempo, già compiuto la sua fermentazione e facevano ripartire una nuova fermentazione lenta e prolungata fino a primavera.
Il Chianti poteva essere messo in commercio e bevuto già l’anno successivo alla vendemmia.
Tra Ottocento e Novecento il Chianti si impose, oltre che in Italia, come uno dei vini più apprezzati all’estero, specialmente in Inghilterra, grazie alla sua buona resistenza durante il trasporto.
Il barone Ricasoli era arrivato a sottoporre il suo vino a prove di navigazione anche a lunghe distanze spedendolo su mercantili sino in India e in Sud America, proprio per valutarne la tenuta.
Successivamente, oltre al Canaiolo e al Colorino, vitigni di zona, fu permessa l’aggiunta anche di Cabernet Sauvignon e di Merlot e, dal 2006, le uve bianche non vennero più utilizzate.
Oggi la vinificazione del Chianti avviene prima in botte grande e poi in bottiglia.
Le caratteristiche
Il vino Chianti Classico DOCG ha colore rubino brillante, tendente al granato e odore profondamente vinoso, floreale e fruttato. Il gusto è asciutto, sapido e vellutato. La quantità di zucchero massima deve essere di 4 grammi al litro di zuccheri riduttori, l’estratto secco totale minimo 2,3% e l’acidità totale minima 5 per mille.
Il Chianti Classico deve essere invecchiato per almeno 11 mesi ed avere una gradazione alcolica minima di 12°.
La gradazione sale a 12,5° per il Riserva, che richiede un invecchiamento minimo di 24 mesi, di cui almeno 3 di affinamento in bottiglia. Rispetto al Chianti Classico, il Riserva è un vino di maggiore finezza e con sentori più marcati, merito delle uve scelte che lo compongono e dell’invecchiamento e solo il 20% del Chianti Classico diventa Riserva.
Di colore rosso più cupo tendente al granato, ha profumo di spezie e frutti di bosco, struttura importante e vellutata.
Col disciplinare del 2013 è nato poi il Chianti Classico Gran Selezione che è stato messo in vendita nel luglio 2014, col vino del 2010.
Quindi ora le etichette sono tre:
Chianti Classico
Chianti Classico Riserva
Chianti Classico Gran Selezione

Leggermente cambiato anche il marchio del Gallo Nero con quello di un Gallo che è raffigurato più possente e dominante sulla scena.
Il Chianti Gran Selezione è un Chianti Classico diverso dagli altri e con mezzo grado in più di alcol, secondo il nuovo disciplinare. Altra grande novità è l’obbligo di dimostrare che l’uva è stata coltivata, raccolta, vinificata e imbottigliata dalla stessa azienda e con l’obbligo di un affinamento più lungo, al minimo di 30 mesi di cui almeno 3 di affinamento in vetro.
I vitigni
Protagonista indiscusso del Chianti Classico è il Sangiovese di qualità superiore, presente in percentuali che possono andare dall’80 al 100%.
Sono ammesse altre uve a bacca rossa per un ammontare complessivo che può arrivare al massimo al 20%: Canaiolo, Colorino, Cabernet Sauvignon e Merlot.
Sono ammesse, infine due uve a bacca bianca come Malvasia e Trebbiano, che da soli o insieme possono arrivare a un massimo totale del 6% (solo fino alla vendemmia del 2005).

Allevamento della vite e vinificazione

Affinché il Chianti Classico mantenga le proprie caratteristiche, il disciplinare del 1996 regola non solo la produzione del vino ma anche la coltivazione delle vigne: ogni ettaro di terra può produrre al massimo 75 quintali di uva equivalenti a circa 52,5 ettolitri di vino; ogni pianta può produrre al massimo 3 Kg di uva e per impiantare nuovi vigneti devono passare 5 anni dall’ultima vendemmia.
I vigneti devono trovarsi su terreni posti a un’altitudine non superiore a 700 metri s.l.m.
La forma di allevamento tradizionale è rappresentata dall’archetto toscano, derivato dalla tecnica Guyot. Negli ultimi anni si è diffuso il “cordone speronato”, forma che si presta a meccanizzazione senza rinunciare alla qualità.

Il simbolo
Il Gallo Nero è lo storico simbolo del Chianti adottato come marchio per il vino Chianti Classico dal Consorzio che raggruppa i produttori e che ne tutela l’immagine.
La scelta del Gallo Nero come simbolo rappresentativo del Consorzio dei produttori ha origini antichissime come attesta la tradizione e vale la pena ricordare l’antica storia della nascita di tale stemma.
La tradizione vuole che nel Medioevo le città di Firenze e Siena rivendicassero, ricorrendo spesso alle armi, il controllo su questo preziosissimo angolo di Toscana, ma entrambe, stanche di battaglie, decisero di regolare la questione con un singolare e pacifico arbitrato.
Infatti, le due città si accordarono di affidare la delimitazione dei loro confini contesi ad una sfida pacifica tra due cavalieri uno in rappresentanza di Firenze e l’altro di Siena. La prova cavalleresca prevedeva che il confine sarebbe stato fissato nel punto dove i due cavalieri si fossero incontrati partendo al canto del gallo dalle rispettive città.
I senesi scelsero un gallo bianco e lo nutrirono con cibo prelibato, convinti che all’alba avrebbe cantato più forte, invece, i fiorentini, scelsero un gallo nero che tennero volutamente a digiuno.
Il giorno della prova il gallo nero fiorentino, affamato, iniziò a cantare molto prima dell’alba, mentre quello bianco senese, sazio, dormiva tranquillo.
Così, il cavaliere fiorentino al canto del gallo iniziò la sua corsa al galoppo, mentre quello senese dovette aspettare ancora prima che il gallo bianco cantasse: il risultato fu che i due cavalieri si incontrarono a soli 12 km dalle mura di Siena e così la Repubblica fiorentina potè annettersi la quasi totalità dei territori del Chianti, area geografica di 70 mila ettari di superficie dove si produce il vino Chianti Classico che ha caratterizzato l’economia e anche il paesaggio della zona.
Il Chianti, in definitiva, è vino amato in tutto il mondo
Ed è certamente uno dei vini più conosciuti.
Tanto che negli ultimi trent’anni inglesi, tedeschi, olandesi, americani attratti dalla magnifica campagna chiantigiana e dal pregiato vino, hanno comprato case e fattorie nel Chianti creando il cosiddetto “Chiantishire“ e, a tale proposito, non si possono non citare le parole dell’enologo e giornalista Burton Anderson che ha scritto:
“Se la Toscana merita di essere descritta come la più caratteristica delle regioni d’Italia, il Chianti s’impone di gran lunga come il più italiano dei vini“.


giovedì 18 settembre 2014

Il Vermentino, vitigno che ama il mare


“Il Vermentino è il vitigno prediletto….….La sua fecondità, la precocità e la dolcezza della sua uva e le qualità del vino che produce formano un insieme di pregi difficili a trovarsi riuniti in un altro vitigno ”
(da G. Gallesio)
Negli ultimi anni il Vermentino, vitigno autoctono italiano, ha visto una crescente diffusione in Italia dove è coltivato nelle zone costiere in quanto è, per natura, un vitigno che “ sente il mare”.
Lo ritroviamo, infatti, nei vigneti litoranei della Liguria e della Toscana, nelle isole Sardegna e Corsica e nel Midi francese. Fa eccezione la zona del Roero, in Piemonte, dove assume il nome di Favorita in luoghi che si differenziano nettamente per clima e terroir.
Il Vermentino ha di recente attirato anche l’interesse dei viticoltori di altre regioni italiane ed è infatti risultato idoneo, dopo accertamenti ampelografici, a ben 10 regioni: Liguria, Piemonte, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Puglia, Sicilia e Sardegna.
La sua coltivazione è destinata a crescere.
Questo vitigno autoctono, di grande personalità olfattiva e gustativa, compare in ben 55 Doc italiane, oltre che nella DOCG Vermentino di Gallura e quindi si qualifica come un vitigno di grande rilievo attuale ma anche con rilevanti prospettive per il progresso e l’ampliamento del suo terreno coltivabile in Italia.
STORIA

Secondo il prof. Mario Fregoni, titolare della Cattedra di Viticoltura dell’Università Cattolica di Piacenza, le dimensioni consistenti del grappolo e dell'acino porterebbero a pensare che il Vermentino sia originario del Medio Oriente e che, partito dall'Anatolia, avrebbe raggiunto le coste turche e da qui, successivamente, si sarebbe diffuso nelle coste del Mar Egeo.
I Greci poi lo avrebbero portato a Marsiglia da dove, per opera dei Liguri, grandi navigatori, avrebbe raggiunto il sud della Francia e la costa ligure spingendosi poi nell’entroterra piemontese e nella zona tirrenica, in Corsica e in Sardegna.
Altra ipotesi che si contrappone a questa e' quella di ampelografi come Puillat e Carlone, secondo i quali il Vermentino sarebbe originario della Spagna da dove nel XIV secolo sarebbe giunto in Corsica e da qui, tra il XV e il XVIII secolo, avrebbe raggiunto Liguria Toscana e Sardegna.
Ma contro questa ipotesi sussiste il fatto che in Spagna il Vermentino non esiste.
Lungo i suoi spostamenti il Vermentino ha assunto nomi diversi tipo Pigato in Liguria e Favorita in Piemonte ma si tratta sempre di varietà di una unica famiglia.
Comunque, quello che importa, è il fatto che sia indiscutibile il suo legame con il bacino del Mediterraneo.
Citato da Plinio come vino di Luni che si pensava si estendesse anche alle Cinque Terre, definito come vino ligure da Andrea Bacci nel 1596, Gallesio nella “Pomona italiana” lo definì “vitigno prediletto del Genovesato”, quello che godeva reputazione più estesa tra le varietà che si coltivano da Ventimiglia a Sarzana.
Giorgio Gallesio, conte e agronomo, pubblicò la sua opera a Pisa nel 1834.
Egli ipotizzava, inoltre, che la famosa Vernaccia di Corniglia di cui parla il Boccaccio in una novella, fosse proprio prodotta con uve Vermentino e che nel paese di Corniglia fosse conosciuta col nome di “Picabon”.
Abbiamo poi la testimonianza di Pinuccia Simbula che afferma che, già in epoca medievale, il Vermentino era una delle qualità più diffuse in Sardegna.
Altra notizia interessante anche se un po’ leggendaria sulla diffusione del vitigno riguarda la sua presenza in Ungheria, portato dalla principessa di Napoli che conduceva appunto in dote 300 tipi di vite italiana quando andò in sposa al principe ungherese Battha’nti A’da’m nel 1643.
Qui la varietà più diffusa ancor oggi è il Furmint che compare nella regione del Tokay. Nel 2004 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, in seguito all’analisi del DNA dei due vitigni, Vermentino e Furmint, è stata riscontrata una parentela di primo grado tra essi che, peraltro, presentano anche somiglianze nella forma delle foglie e dei grappoli.
Quindi l’origine spagnola del Vermentino non risulta probabile mentre è molto più logica la tesi sulla provenienza medio-oriantale del vitigno ipotizzata dal professore Mario Fregoni.
La diffusione nel Mediterraneo fu poi opera dei Greci e dei Liguri.
Il Vermentino, ampelograficamente varietà idonea in tutte le province della Sardegna, della Liguria e della Toscana, si adatta a zone costiere calde e un pò aride e quindi anche a sud potrebbe trovare un ottimo terreno di crescita; infatti, anche se in piccola quantità, è presente anche in Sicilia.
Si è diffuso principalmente in litorali mediterranei in Francia e in Italia assecondando fattori geologici e climatici.
In Italia sono 4000 gli ettari di Vermentino coltivati in tutto di cui 75% in Sardegna, 15% in Toscana, 6% in Liguria 2% in Piemonte.
In Corsica e in Francia è coltivato su 850 ettari di cui l’80% sono in Corsica dove prende il nome di Rolle.
La Corsica, in particolare, ha le caratteristiche pedoclimatiche migliori per il vitigno che è, infatti, la principale varietà di tutte le AOC che prevedono tipologie bianche e dove permette una superba prova di vinificazione.
In Sardegna, il Vermentino di Gallura è stata ed è la prima e, per ora unica, DOCG isolana. La varietà giunse probabilmente dalla Corsica nel 1800 e si diffuse soprattutto in Gallura per povertà del terreno costituito da detriti granitici.
Oggi è la seconda uva bianca dopo il Nuragus e sono davvero ottimi i Vermentini coltivati oltre i 500 metri.
In Piemonte viene coltivato a Cuneo, Asti e Alessandria prende il nome di Favorita. Cresce nel Roero, terra a sinistra del fiume Tanaro dove, a destra, ci sono le Langhe, nelle province di Asti, Cuneo e Torino.

Per quanto riguarda la Liguria, Gallesio lo aveva definito il vitigno prediletto dal Genovesato dove era indicato anche come Pigato o Vernaccia. Ancora oggi nella regione è la varietà più importante e si adatta bene alla terra ligure al punto da essere coltivato in tutte e quattro le province. Si stima sui 250 ettari.
A Genova è diffuso in zone di non grande estensione, prevalentemente in collina, nella Val Polcevera, Coronata, Nè, Casarza, Moneglia e Santa Margherita.
In Toscana lo ritroviamo prevalentemente nelle province di Massa, Lucca e Grosseto ma anche a Pisa e Livorno luoghi in cui variano i parametri climatici ma anche le caratteristiche pedologiche.
A Massa, nei Colli Apuani, vi sono arenarie, alberesi e terreni scistosi; è zona acida con poco calcare.
A Lucca, Pisa, Pistoia e Livorno i terreni sono argillosi e limosi con depositi marini che sono prevalentemente acidi.
I terreni del Grossetano sono invece alluvionali e limosi.
Il vitigno si adatta a tutte le situazioni.
Oltre che in Toscana, Liguria, Piemonte e Sardegna, il Vermentino è presente nelle Marche, in Abruzzo, nel Lazio, in Umbria e in Sicilia e Puglia.
AMPELOGRAFIA
Il Vermentino ha tanti nomi, Piccabon nelle Cinque Terre, Rolle nel territorio di Nizza, Verlantin nella zona di Antibes in Francia, Malvoisie a gros grains nelle Francia meridionale, Favorita e Pigato nel Piemonte e nel Ponente ligure.

Certo è, che, col passare del tempo, il Vermentino si è diffuso dalla Liguria alle zone più meridionali come le zone collinari delle Alpi Apuane in provincia di Massa Carrara dove si è ben acclimatato e nelle aree della litoranea Toscana come la Maremma grossetana e quella livornese e poi nell' isola d'Elba, finendo per acquisire caratteristiche varietali che lo hanno reso un vitigno per ogni zona diverso sia da quello ligure che da quello sardo.
Oggi il Vermentino viene considerato simile alla Favorita e al Pigato, vitigni dell'area nord occidentale, tra la Liguria e il Piemonte, ma una recente ricerca del CNR di Torino ha dimostrato che appartengono ad una unica varietà-popolazione cioè che sono cloni diversi di un'unica varietà.
Ha foglia medio grande, pentagonale, verde scuro il lembo superiore, più chiaro quello inferiore,il grappolo e'medio, cilindrico, mediamente spargolo, l'acino medio-grosso, sferoidale, di colore giallo verdastro o giallo ambrato, con polpa succosa di sapore neutro. Possiede un aroma caratteristico, pur se cangiante con l’ambiente di coltivazione; si adatta tuttavia con grande ecletticità a diverse situazioni climatiche ed ambientali, fornendo con regolarità produzioni di ottimo pregio. In genere riesce a conservare un buon patrimonio aromatico abbinato ad una adeguata acidità fino alla maturazione piena.
(Cit. da
Mario e Costanza Fregoni Pier Paolo Lorieri e Matteo Marenghi
Vermentino, vitigno che sente il mare
ed. Bandecchi e Vivaldi )
A Milano, organizzato da Onav, l’11 settembre 2014, si è tenuto un Banco di Assaggio solo di Vermentino di varia provenienza, dalla Francia, dalla Sardegna, dalla Corsica, dalla Liguria, dalla Toscana.
Tutti ottimi vini, da mettere in particolare rilievo:

Domaine Vico 2013 Appellation d’origine protegèe Corse

Domaine D’Alzipratu, Flume Seccu blanc 2013,
Appellation Corse Calvi Controllèe

Clos Santini Haut Vigne 2013, Appellation d’Origine Protegèe Patrimonio