domenica 25 maggio 2014

IL DOLCETTO DI OVADA DOCG E IL SUO CONSORZIO

Del vitigno Dolcetto le prime notizie risalgono ben al 1593, quando a Dogliani un documento comunale incitava gli agricoltori a vendemmiare con uve dolcetto mature per produrre vino migliore ma la prima citazione scientifica è datata 1798 quando il conte Giuseppe Nuvolone Pergamo, vicedirettore della Società Agraria di Torino, descrisse accuratamente le qualità del vitigno.
L’origine di questa tipologia di uva è contesa tra il Monferrato e la Liguria e anche il nome “dolcetto” ha diverse interpretazioni : potrebbe derivare dalla dolcezza dell’uva matura ma anche dal termine”dosset” cioè bassa collina.
Era tradizionalmente un vino storicamente di scambio tra Piemonte e Liguria, tra collina e piana, vino dal nome curioso e contradditorio perché suggerisce l’idea di un vino da dessert ed è invece un rosso morbido e fresco con un finale amarognolo.
La bassa acidità e la dolcezza dei suoi acini, anche se i vini che se ne ricavano sono tutti secchi, la rendono gradevole e spesso consumata in passato come uva da tavola.
Probabilmente il Dolcetto è originario del Piemonte dove è diffusissimo specialmente in Monferrato e nel Cuneese, nella zona di Alba, nell’Oltrepò Pavese e in Liguria, sulle montagne a ridosso del confine piemontese, dove prende il nome di Ormeasco.
Negli anni 20 e 30 l’uva dolcetto fu considerata curativa per le terapie a base di uva o ampeloterapia, per la sua ricchezza di tannini e la sua carenza di acidità e quindi per la sua buona digeribilità, negli anni 70 e 80 era vinificata soprattutto per produrre vino da tavola. Coltivato soprattutto in provincia di Cuneo ed Alessandria, mentre è quasi del tutto assente nelle altre zone sia piemontesi che italiane, è quasi del tutto sconosciuto all'estero, salvo qualche raro ettaro coltivato in California e in Argentina, di cui però si hanno notizie contrastanti.
In passato, in un panorama viticolo assai più ricco dell’attuale come numero di vitigni, ma povero di varietà ad uva nera precoci, il Dolcetto era, in effetti, l’uva che maturava prima. Questo fattore ha causato la sua diffusione nell’area preappenninica, nella parte medio-alta dei bacini del Tanaro, del Bormida, e del Belbo, l’Acquese (dove era tanto diffuso da essere chiamato uva d’Acqui), tutto l’Ovadese fino a Novi. Il Dolcetto era ampiamente coltivato fino a cinquecento metri di altezza. Rispetto al Nebbiolo, il Dolcetto matura anche con quattro settimane di anticipo, e quindi nelle zone del Barolo e del Barbaresco può lasciare le posizioni migliori e più esposte al sole, quelle più alte, al vitigno più aristocratico delle Langhe, che, maturando tardi, ha più bisogno di sole. Questa sua facilita di crescita ha fatto sì che, per esempio, anche ad Ovada e ad Alba venga coltivato in zone dove le altre varietà avrebbero grosse difficoltà di maturazione.
La “cintura del Dolcetto”, si estende fino alla terra di confine della viticoltura piemontese verso l’Appennino Ligure e le aree più meridionali dei territori a DOC del Dolcetto sono anche quelli in cui il vitigno ha maggiore diffusione cioè le terre di Cuneo e Alessandria. Predilige i terreni collinari, asciutti e poco fertili, le zone argillose e le marne bianche mentre risente negativamente dei terreni pesanti e ricchi.
Il Dolcetto è un vitigno forte e produttivo, resistente alle malattie, di buona resa e di qualità costante che si coltiva con estrema facilità, i cui unici inconvenienti sono rappresentati da una certa sensibilità alle malattie fungine e alla caduta dei grappoli a settembre dovute da alcune mattinate piuttosto fredde. Tuttavia, proprio per la sua precocità, non può essere coltivato in climi caldi, e anche all'estero è presente in pochissime aree fredde.
Una notizia proveniente dall'ampeologo francese Galet, riferisce che il Dolcetto altri non sarebbe che il Douce Noir della Savoia, meglio noto con il nome di Charbonneau, ma, in generale,nessun ampeologo attualmente dubita dell'origine piemontese del Dolcetto.
Se le uve di Dolcetto sono relativamente facili da coltivare, qualche difficoltà può presentarsi durante la vinificazione, perché a causa della bassa acidità le fermentazioni devono essere brevi in confronto alle altre uve, anche se un punto di forza è rappresentato dalla presenza di un buon tannino che consente, nonostante la breve macerazione, di ottenere un vino di colore e di corpo. Le bucce degli acini sono infatti ricchissime di pigmenti, e il vino ha colori molto scuri, rubino-violacei, come se fosse stato prodotto dopo una lunga macerazione.
I vini prodotti con le uve Dolcetto hanno un bel colore rubino, sono asciutti e secchi, con poca acidità e retrogusto lievemente amarognolo e, a seconda della zona di produzione e al sistema di vinificazione, si possono produrre vini freschi, vivaci e di pronta beva, morbidi e da pasto o, se conservati, vini più evoluti per corpo e struttura che reggono bene l’invecchiamento e si esaltano con l’affinamento in legno.Il Dolcetto riesce ad accompagnare moltissimi tipi di pietanze, dagli agnelli alla cacciagione, fino alla carne bianca e ai salumi. Va servito tra i 16 e i 20°C.
Il primo riconoscimento DOC fu del 1972, cui seguirono 3 DOCG E 4 DOC:
Dolcetto di Diano d’Alba DOCG
Dolcetto di Dogliani DOCG
Dolcetto di Ovada Superiore DOCG
Dolcetto di Acqui DOC
Dolcetto di Alba DOC
Dolcetto di Asti DOC
Dolcetto di Ovada DOC
Dolcetto Colli Tortonesi DOC
CONSORZIO OVADA DOCG
Il 22 maggio 2014 a Genova è stata organizzata una serata di presentazione e di assaggi degli Ovada docg di una ventina di produttori associati al Consorzio, nella prestigiosa cornice del Salone delle Feste dello storico Palazzo Imperiale, in pieno centro cittadino. L’appuntamento, organizzato in collaborazione con il Gruppo Degustatori Vino Genova, un attivissimo circolo di appassionati, sommelier e operatori del settore, è stato allestito con la formula del banco di assaggio e con la diretta partecipazione di molti vignaioli: sono state messe in degustazione diverse annate, per permettere la valutazione dell’Ovada docg come vino da affinamento, anche prolungato.
Si tratta di Aziende e Cantine che producono in un territorio compreso tra Prasco a Cremolino e che distano circa circa trenta chilometri e dove, ovviamente, sono diversi i terroir ed è diverso il microclima.In zone come Prasco, Molare e Cremolino, per esempio, prevale il terreno argilloso, a Rocca Grimalda, Trisobbio e Carpeneto vi è prevalenza di terra rossa, a Mornese, Casaleggio e Bosio prevale il terreno tufaceo.
Per questa ragione i vini presentati sono differenti tra loro, per le condizioni pedoclimatiche diverse della zona di produzione, oltre, ovviamente,per la diversa sensibilità interpretativa di ogni singolo vignaiolo.
TUTTO-UN –ALTRO-DOLCETTO
“Il nostro intento – ha affermato Italo Danielli, Presidente del Consorzio- è quello di far meglio conoscere l’Ovada docg non solo come una delle massime espressioni del vitigno dolcetto, ma anche sotto l’aspetto della sua peculiare attitudine a dar origine a vini di grande struttura e finezza, con spiccata propensione all’invecchiamento, per ritagliare all’Ovada DOCG il posto che siamo convinti debba spettargli tra i grandi rossi piemontesi.”
Erano presenti le seguenti aziende:
Az.Agr. Davide Cavelli
Az.Agr. Giorgio Ferrari
Cà del Bric
Casa Wallace
Cascina Boccaccio
Cascina Gentile
Castello di Grillano
Collina della Pieve
Colombo Vini
Forti del Vento
Ghera
Ghio Vini
Guiglia Carlo
I Pola
La Piria
La Signorina
La Valletta
Rocco di Carpeneto
Tenuta Elena

mercoledì 21 maggio 2014

VINI E VITIGNI DELL'ISOLA D'ELBA

La storia e la fortuna dell’isola d’Elba è sempre stata determinata da due fattori: la posizione strategica e la ricchezza dei minerali del sottosuolo, caratteristiche per le quali è stata terra di conquista da parte delle varie potenze affacciate sul Mediterraneo. Già gli Etruschi sfruttarono i suoi ricchi giacimenti minerari così come coltivarono la vite e, in seguito, fecero così anche i Romani.
Quale dei popoli nella storia dell'Isola d’ Elba vi abbia introdotto il vino e l'Aleatico, non si sa, ma già ai tempi di Roma Plinio la descriveva come "insula vini ferax", e le anfore, alcune ancora piene di vino dell'Elba, rinvenute in buon numero lungo le coste testimoniavano un attivo commercio. Anche Napoleone, al suo ritorno a Parigi, prima di Waterloo, ricordando il suo regno elbano, ebbe a dire: "Gli abitanti dell'Elba sono forti e sani perchè il vino della loro isola dona forza e salute".
Oggi nell’intero territorio dell’Isola si sta verificando una rinascita della vitivinicoltura soprattutto per la produzione di bianchi, passiti e moscati. La riqualificazione del settore, dovuta alle aziende vinicole orientate verso una produzione di qualità e riunite per la maggior parte in un Consorzio di tutela del vino dell'Elba è stata anche una conseguenza dell’aver saputo valorizzare al massimo sia il terroir che il microclima isolano. Il suolo ferroso, con scisti, galestri e manganese e l’ enorme ricchezza di falde metallifere, il vento che salvaguarda la vite da malattie, gli aromi salini e mediterranei uniti insieme a una rinnovata ed attenta capacità di tecniche di vinificazione hanno dato i loro frutti e si sono manifestate nei migliori vini che l’isola d’Elba oggi produce.
VITIGNI
ANSONICA
I vitigni sono numerosi ma caratteristica è l’Ansonica che offre le sensazioni più complete del microclima dell’isola.
L’Ansonica o Inzolia è un vitigno di origine greca arrivato in Sicilia per poi raggiungere le coste della Toscana, l’isola d’Elba e l’isola del Giglio nel XVI secolo e produce un’uva che, nonostante cresca in clima caldo,riesce a mantenere un buon livello di acidità e di freschezza. Produce un vino di color giallo paglierino, con profumo intenso e fruttato, note erbacee e una leggera vena aromatica.
PROCANICO
Altro vitigno importante dell’isola è il Procanico , vitigno ormai raro e vinificato da pochissime aziende, per lo più al confine fra Toscana Umbria e Lazio. Geneticamente identico al Trebbiano toscano, si differenzia però da quest’ultimo per le caratteristiche morfologiche della foglia e del grappolo ma, soprattutto, per la maggiore intensità di sentori vegetali e aromi balsamici.
VERMENTINO SANGIOVESE ALEATICO
Vitigno che qui trova terra di elezione è il Vermentino e, tra i rossi, il Sangiovese, come nella vicina terraferma toscana, ma un rilievo particolare merita l’Aleatico, di origine greca e diffuso in molte zone della penisola ma nell’isola d’Elba in sintonia particolare con l’ambiente pedoclimatico, tanto da essere anche definito Aleatico di Portoferraio ; produce uva di colore blu-vermiglio con acini molto pruinosi e vini dolci, potenti e alcolici.
La MALVASIA BIANCA e la MALVASIA NERA sono, inoltre, presenti in tutta l’isola.
Le principali tipologie di vini dell’isola d’Elba sono le seguenti:
ELBA BIANCO DOC
Si ricava da uve Procanico per almeno il 50%, Ansonica e Vermentino, da soli o congiuntamente fino ad un massimo del 50%. Altre uve a bacca bianca sono utilizzate fino ad un massimo del 20%. Il vino ha un colore paglierino profumo vinoso e delicato.
Gradazione alcolica minima: 11°
Abbinamento gastronomico: antipasti e primi piatti di pesce con salse bianche, pesci al vapore.
Temperatura di servizio: 8-10°
ELBA ANSONICA
Si ricava da uve Ansonica bianca per almeno l'85%, più altri vitigni a bacca autorizzati. Ha colore paglierino più o meno carico fino a raggiungere il dorato a seconda della maturazione.. Odore intenso e caratteristico, sapore da secco ad amabile,vegetale e lievemente aromatico, molto armonico.Gradazione alcolica minima: 11.5°
Abbinamento gastronomico: scampi, gamberoni e crostacei in genere per la versione secca.
Temperatura di servizio: 10-12°
ELBA ROSSO DOC
Si ricava da uve Sangiovese per almeno il 60% altre uve autorizzate per un massimo del 40% se rosse e 10% se bianche. Il vino ha colore rosso rubino, odore vinoso e fruttato, sapore asciutto. Gradazione alcolica minima: 11.5°
Abbinamento gastronomico: Primi piatti con salse rosse, zuppe di pesce, carni alla brace.
ELBA ROSSO RISERVA
Si ricava dalle stesse uve del Rosso, ma con un invecchiamento non inferiore a 24 mesi, di cui almeno 12 in legno e 6 in bottiglia. Ha colore rosso rubino intenso tendente al granato, odore intenso di frutta rossa e spezie. Sapore secco pieno armonico.
Gradazione alcolica minima: 12.5°
Abbinamento gastronomico: arrosti di carni rosse, cacciagione, formaggi stagionati.
ELBA ROSATO
Si ricava dalle stesse uve del Rosso. Ha colore rosato più o meno intenso, odore vinoso, fresco, sapore asciutto.
Gradazione alcolica minima: 11°
Abbinamento gastronomico: antipasti di mare con salsa, minestre sia in brodo sia asciutte con salse rosse, omelettes e soufflé di verdure.
ELBA ALEATICO DOCG
Si ricava dalle uve aleatico al 100% particolarmente selezionate e sottoposte ad appassimento all'aria. Ha colore rubino intenso e cupo, odore intenso di confetture di frutta rossa, sapore dall'amabile al dolce, ricco di corpo, sapido e armonico.
Gradazione alcolica totale minima: 16° di cui almeno 13° svolti.
L'abbinamento gastronomico ottimale per l'aleatico dell'elba è il dolce tipico elbano: la "schiaccia briaca", un dolce secco a base di frutta secca, nel cui composto c'e' anche l'aleatico. E' ottimale anche con crostate di frutta e preparazioni a base di crema e frutti di bosco.Dalla vendemmia 2011 in poi l’Aleatico Passito dell’Elba si è fregiato della Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG).
ELBA MOSCATO
E' prodotto con uva moscato 100%, particolarmente selezionate e sottoposte ad appassimento all'aria. Ha colore giallo paglierino intenso, a volte ambrato, profumo caratteristico dell'uva moscato, sapore da amabile a dolce,risulta in bocca morbido e vellutato.
Gradazione alcolica totale minima: 16° di cui almeno 13° svolti.
Abbinamento gastronomico: crostate di frutta. Vino da meditazione, accompagna bene preparazioni di pasticceria da forno e biscotti.
Temperatura di servizio: 12-14°
LE CANTINE:
Cantina Sapereta ,Tenuta Acquabona, Fattoria delle Ripalte, Azienda Mola, La Fazenda, Cantina Mazzari,Azienda Cecilia, Azienda Arrighi, Tenuta Le Sughere, Azienda La Chiusa.
Sparse in tutto il territorio dell’isola costituiscono le tappe della Strada del vino con vigneti spesso in posizioni suggestive e hanno dato luogo ad una vera e propria rinascita della vitivinicoltura. I passiti sono oggi la punta di diamante della produzione dell’Isola: l’aleatico è uno dei pochi passiti da meditazione, adatto ad abbinamenti più complessi come quello con il cioccolato. Il moscato è il bianco dolce più diffuso, mentre l’ansonica passita è un vino che offre le sensazioni più affascinanti del microclima isolano.Splendidi i vini bianchi, dal vermentino al procanico,buoni i rosati, fino ai rossi, soprattutto a base di sangiovese. Da provare è anche il syrah, di recente introduzione e che sta offrendo eccellenti risultati.

lunedì 14 aprile 2014

IL BARBACARLO E LA SUA STORIA

Viene prodotto lungo i pendii di una collina ben delimitata ed anche nel catasto definita “Barbacarlo”.
Qui crescono da anni vitigni di Croatina , Vespolina e Uva Rara che vengono successivamente miscelati.
Si tratta di una collina impervia a 300 m.s.l.m., con terreno tufaceo e sabbioso ed esposizione sud-ovest, che permette di ricevere il sole tutto il giorno. La lavorazione in vigna è manuale, così come a mano si effettua la raccolta con una attenta selezione dei grappoli; la produzione è limitata e varia di anno in anno, ma in genere è scarsa.
L’uva matura viene accuratamente scelta e portata nella cantina dove viene pigiata e posta nelle botti con le bucce dove permane per 7 giorni circa e dove avviene la fermentazione in legno, come qui è sempre stato, in vecchie botti di rovere. Dopo 7/8 giorni, poi, si procede alla svinatura e i travasi si succedono per 8 mesi, ogni luna vecchia, per la decantazione naturale. Le botti sono di varia grandezza e sono usate a seconda della produzione annua, da 10 q. da 20 q. da 50q.
L’imbottigliamento avviene ad aprile/maggio e le nuove bottiglie vengono distese orizzontalmente per 40 giorni “ per fare amicizia col sughero del tappo” come dice Lino Maga, poi vengono raddrizzate in verticale e messe in vendita dopo 4 mesi.Il Barbacarlo può anche durare 30 anni.
La visita all’Azienda di Lino Maga, produttore, con suo figlio Giuseppe, di Barbacarlo è comunque un avvenimento:
prima si raggiunge la cantina di lavorazione posta in mezzo ad un parco ricco di piante, fiori ed animali a Broni (Pavia) dove, in un recinto sono allevate oche, in un altro pascolano mucche, in un altro ancora cani scorazzano tranquilli.La sensazione è quella di sentirsi veramente in mezzo alla natura.Il figlio di Lino Maga ci conduce in cantina e ci mostra le botti dove il vino viene posto a macerare dopo la vendemmia; le botti non sono moltissime e, curiosamente, ciascuna ha scritto un nome sul legno, ciascuna un nome diverso: sono nomi di persone care, di parenti, di amici che, come ci spiega Giuseppe, non ci sono più a cui è dedicato il lavoro della cantina.
Non sono tantissime le botti, anzi non c’è l’aria di una grande produzione; sembra piuttosto una cantina di nicchia che ha la sua procedura particolare nella lavorazione del vino. Infatti ci viene svelata la vecchia ricetta famigliare del Barbacarlo utilizzata dalla famiglia Maga fin dall’Ottocento :
50% di Croatina
30% di Uva Rara
20% di Vespolina o Ughetta
La Croatina è un vitigno originario dell’Oltrepò Pavese fin dal Medioevo dove è stato molto utilizzato per la sua resistenza all’oidio ed è presente in molti uvaggi.
Ma, a detta di Lino Maga, quel che fa la differenza, qui è la terra : il terreno tufaceo, l’esposizione che rende le vigne soleggiate tutto il giorno, la posizione collinare con conseguente escursione termica sono tutti fattori che rendono la vigna del Barbacarlo meravigliosamente vocata, quella che i Francesi definirebbero “Gran Crù”.
La terra si estende per soli 4 ettari ed ha una resa bassa, ma sono 4 ettari che fanno la differenza.Ovviamente la produzione muta a seconda dell ’annata ma è sempre limitata, contenuta; se un anno l’uva non è buona si preferisce non vinificare , come nel 2008.
Si producono in media 8000 bottoglie di Barbacarlo e 7000 di Montebuono ogni anno, altro vino prodotto dall’Azienda con lo stesso uvaggio ma in terreno diverso, riguardo al quale ci viene raccontato che fu il vino che piacque a Napoleone quando lo assaporò di ritorno dalla battaglia di Marenco.
Il figlio Giuseppe ci ha mostrato la cantina, il padre Lino ci conduce nella sala degustazione, in una costruzione al centro del paese dove ha sede anche la sua abitazione.Lino Maga ama ricordare e, in questa stanza ricca di cimeli e di bottiglie nuove ed antiche, di attestati e di premi, ci racconta del passato, di Veronelli che amava il suo vino e di Gianni Brera che era solito passare a trovarlo; ci racconta la storia della sua famiglia e di quando, nel 1884, lo zio Carlo, ancora in vita donò ai nipoti la collina detta poi “Barba Carlo “ perché ai tempi Broni era ligure e “barba” in quel dialetto significa “zio”. Ma il nome, il marchio di famiglia venne usurpato, quando, nel 1961, il Consorzio dell’Oltrepò permise che fosse utilizzato per indicare un vino comune e che si producesse Barbacarlo in 45 paesi.
Lino Maga si ribellò ed iniziò una causa che durò per ben 22 anni ma che, alla fine, vinse, riaffermando il nome come proprio della produzione della famiglia.
La degustazione che segue è del Barbacarlo del 2010, che ha ottenuto vari riconoscimenti per l’ottima annata, di quello dell’anno precedente e seguente.
Ottimo vino, di un colore rosso rubino intenso e penetrante con riflessi aranciati, che offre al naso sentori di frutta rossa matura e spezie.In bocca risulta potente, denso e ricco, persistente ed elegante.Un vino da risotti sostanziosi, da salumi.Un vino, come dice Lino Maga,con un accenno di sorriso, che basta essere in due per gustarlo : la bottiglia e chi la beve.
Ci pervade una sensazione di altri tempi, in questo posto, dove tutto scorre lento e affiorano le storie del passato,un’atmosfera che non si ritrova facilmente nella maggior parte delle aziende vinicole; qui il tempo si è fermato, si vive la natura con i suoi animali e i suoi frutti, si vive la produzione del vino come uno chef vivrebbe la creazione di una sua specialità e un artista la creazione di una sua opera ; qui non c’è nulla della logica produttiva fine a se stessa.



lunedì 24 marzo 2014

CAPPELLANO, UN BAROLO D'ANTAN

“Nel 1983 chiesi al giornalista Sheldon Wasswerman di non pubblicare il punteggio dei miei vini.Così fece, ma non solo, sul libro “Italian Noble Wines” scrisse che non chiedevo di far parte di classifiche ove il confronto,dagli ignavi reso dogma, è disaggregante termine numerico e non condivisa umana fatica.Non ho cambiato idea, interesso una ristretta fascia di amici clienti, sono una piccola azienda agricola da 20.000 bottiglie l’anno…..”
Queste le parole che si leggono sul retro della bottiglia del Barolo D.O.C.G. Piè Rupestris, parole di Teobaldo Cappellano che, sul finire degli anni Sessanta, arrivò a Serralunga dall’Eritrea dove era nato e cresciuto e ricostruì l’azienda di famiglia fondata da Filippo Cappellano in un terreno particolarmente vocato di 40 ettari.
LA STORIA
La storia della Cantina Cappellano ebbe inizio nel 1870, quando venne fondata dal notaio Filippo Cappellano per poi , alla sua morte, passare al figlio Giovanni, enologo fantasioso che incrementò l’attività, inventando la cura dell’uva e realizzando impianti alberghieri ad Alba e a Serralunga. All’Esposizione Universale di Parigi del 1889, la Cantina Cappellano conquistò la medaglia di bronzo per i suoi vini.
Ma l’invenzione più originale è da attribuirsi a Giuseppe, fratello di Giovanni, che, in quanto farmacista, confezionò la sapiente ricetta del Barolo Chinato, aggiungendo spezie al vino di famiglia.
Dopo un periodo di divisione, fu Teobaldo che, sul finire degli anni Sessanta, riprese il cammino dell’Azienda che si era arrestato con l’aiuto del figlio Augusto che ora ne è divenuto il titolare seguendo i dettami del padre e cioè producendo vino da vigne che non conoscono diserbanti e che prosperano nel pieno rispetto della natura, vino che viene fatto secondo i sistemi di vinificazione più tradizionali.
I vini di Augusto Cappellano, come quelli prodotti dal padre, non sono presenti nelle guide.
I VINI
In linea con la filosofia dell’Azienda i vini Cappellano nascono da uve trattate solo con zolfo e verderame, concimate con le vinacce spremute, secondo la concezione che deve ritornare alla terra ciò che la terra ha dato.
Le uve migliori crescono sulla collina Gabutti,vengono raccolte a piena maturazione e poi subiscono lunghe fermentazioni e affinamento in botti grandi di rovere di Slavonia che donano morbidezza ed aromi delicati senza, però, il sentore di tostatura proprio della barrique.Il Nebbiolo diventa armonico e vellutato con una bella struttura e con morbidi tannini, in bocca una vera sinfonia.
Insieme ad altri due produttori famosi, Beppe Rinaldi e Mariateresa Mascarello, Augusto Cappellano fa parte del gruppo di viticultori legati da una comune filosofia di produzione sia in vigna che in cantina al fine di realizzare “ i profumi ed i sapori che esprimono il territorio e l’idea di quanto si può fare rispettando il più possibile la natura “.
PRODUZIONE
L’Azienda Cappellano è oggi di 5 ettari e i vigneti si estendono in terreni in prevalenza tufacei a 300 m.s.l.m.
I vitigni impiantati sono:
Nebbiolo
Barbera
Dolcetto
I crù sono Gabutti e Novello e la forma di allevamento è a guyot.L’invecchiamento avviene in cemento e botti di rovere.La produzione è di 20.000 bottiglie annue.
I VINI
BAROLO RUPESTRIS
BAROLO FRANCO
NEBIOLO
BARBERA
DOLCETTO
BAROLO CHINATO
Il Barolo Chinato è un vino aromatizzato prodotto con aggiunta al Barolo di zucchero ed alcool etilico nel quale precedentemente sono state poste in lenta macerazione diverse spezie tra cui la corteccia di China Calissaia, la radice di Genziana e il seme di Cardamomo. Segue un affinamento in botte per un anno.