Allo Starhotel Ritz, giovedì 16 aprile 2015, Mauro Mascarello ha presentato e illustrato alcuni dei suoi vini più prestigiosi in una serata entusiasmante condotta da Franco Ziliani e da Vito Intini.
Protagonisti indiscussi della serata, oltre a Monsù Monprivato, come ama definirlo Ziliani, le Langhe e il Nebbiolo “ figlio della terra che lo produce e che non ha bisogno, per esprimersi, di eccessivi trattamenti ma che, da solo, rende omaggio al territorio di appartenenza” come, secondo le parole di Veronelli “un canto della terra verso il cielo"
StoriaLo stesso Mauro, in prima persona, ha raccontato la storia della sua famiglia che è certamente un simbolo della viticoltura di grande qualità nelle Langhe fin dalle origini, quando il Barolo si vendeva sfuso e il nonno Maurizio acquistò la prima terra nel 1902, la Cascina Falletto in regione Monprivato con vigne vecchie di sessant’anni.
Ora la proprietà è di circa 15 ettari di vigneto, tutti situati nella zona del Barolo e il fiore all’occhiello è proprio il mitico vigneto Monprivato, di sei ettari in collina, a 280 metri sul livello del mare, al centro della zona d’origine del Barolo. Si tratta di un vigneto storico, addirittura documentato negli archivi catastali del 1666 che è stato anche elencato tra gli undici vigneti storici di prima categoria della zona del Barolo da Renato Ratti, grande studioso della storia di Langa.Ma importanti sono anche altri vigneti come Villero, Santo Stefano, posto in territorio di Monforte d’Alba in frazione Perno, e poi Bricco e Scudetto di cui ha portato un’ottima Barbera in degustazione.
Mauro ci spiega che la zona del Barolo è ampia, si estende su 11 comuni e c’è enorme differenza tra i vari terroir per composizione del terreno, per esposizione, altitudine e per questo i vini prodotti sono diversissimi tra loro.
Ribadendo che il Barolo è un vino unico ed inimitabile, ricorda con noi quegli anni difficili quando, dal 2000 in poi, il mondo del Barolo tradizionale era stato travolto dalla moda seguita da molti dei produttori locali spinti a usare la barrique che snaturava il Nebbiolo che è” quella cosa speciale e unica con poco colore che si fa amare come pochi altri perché è figlio di un territorio”.Avevano tentato di farlo cambiare, ci racconta, mentre Il vero produttore del Barolo sa di non essere lui il protagonista ma che deve solo lasciare che la terra esprimersi. Per fortuna, in quegli anni, alcuni tennero la situazione salda con rispetto per la terra e con la trasmissione delle antiche esperienze e, in contrapposizione ai cosiddetti “Barolo boys”, amanti della barrique, continuarono a fare quel vino che è figlio della migliore tradizione, quello che nasce da fermentazioni che hanno bisogno di tempo, da affinamenti lunghi e meditati in botti grandi di rovere di Slavonia, con tempi lenti e procedimenti tradizionali: quei pochi furono, appunto, Bartolo Mascarello, Beppe Rinaldi, Mauro Mascarello, Baldo Cappellano, Giovanni Conterno e Aldo Conterno, poi definiti “ Gli ultimi dei Mohicani”.
Degustazione
Mentre Mauro Mascarello afferma che è il momento di lasciar parlare il suo vino, si inizia la degustazione col primo vino :
1) Dolcetto D’Alba Bricco Mirasole del 2013Dolcetto importante con uve che provengono da Castiglione Falletto, di grado zuccherino non elevatissimo, Bricco Mirasole si rivela corposo e terroso con naso ricco, denso e complesso, con sentori di viola, ciliegia selvatica e di prugna e, in bocca, ricco, polposo e fresco, succoso e di sostanza ma lineare, con tannino leggero, di bella acidità e con lieve sentore di mandorla. Definito “ vino quotidiano” da Ziliani che, per tutta la serata, ha fatto da intervistatore e commentatore alle parole di Mauro Mascarello, ma anche vino da vitigno esigente, che deve essere coltivato in terreni particolarmente vocati per ottenere un ottimo risultato, che predilige le terre bianche, non ama il legno e si deve bere entro i 5 o 6 anni perché mantenga intatte le sue caratteristiche di profumo ed eleganza. Il Dolcetto è certamente un vino da riscoprire.
Il secondo vino è:
2) Barbera D’Alba 2010
Chiamata anche Barbera Scudetto perché le uve provengono da quel terreno argilloso e con una piccola parte di calcare che ha, in effetti, la forma di un piccolo scudo.
Barbera del 2010, quindi di ottima annata e che, come tutte le Barbere antiche, non ha fatto legno; si rivela veramente eccezionale, gradevole e profumata, con una bella acidità, un grande equilibrio ed una bella armonia, nonostante i 15 gradi di titolo alcolometrico.
Il terzo vino è
3) Freisa Langhe 2011
Dal vitigno Freisa che, come dimostrato dalle ricerche genetiche, è un progenitore del Nebbiolo e che è uva difficile, di bassa resa, la cui origine è da ricercarsi nelle Langhe. In questo caso la Freisa ha avuto una maturazione di 16 mesi in legno ed è vino dai tannini piacevoli, di profumo intenso e originale e di grande eleganza al naso e in bocca; in generale è vino che richiede una prolungata maturazione in legno per il suo elevato grado di tannicità originale ed è quindi poco remunerativo ed è ormai prodotto solo da una decina di Aziende in Langa.
La degustazione dei tre Baroli in programma per la serata inizia con:
4) Barolo Villero 2010
Questo vino è prodotto da uve di provenienza da Castiglione Falletto, zona Villero, il cui terreno è composto da calcare al 40%, da argilla al 40% e da sabbia per un 20%, quindi da una miscela ottimamente equilibrata; al naso esprime immediate finezza ed eleganza con sentori gradevolissimi di fiori e frutti ed, in particolare, il lampone, la rosa e il cacao, con, in più, una percezione terrosa e raffinata e, in bocca, una suadenza e una dolcezza naturale di tannini eleganti ed armoniosi. Barolo di fascino immediato, Barolo “femminile”, come viene definito perché è vellutato, morbido, elegante e suadente, una vera armonia.
5) Barolo Monprivato 2010
Da terra che è di esclusiva proprietà di Mauro Mascarello, un preziosissimo crù costituito da calcare al 92% e da argilla e sabbia per il restante 8% e dove, negli strati più profondi, emerge la ricchezza dei fossili e delle alghe provenienti da antico fondale marino. Le uve Nebbiolo che vi crescono maturano più lentamente ma danno al vino struttura e complessità e una grande capacità di invecchiamento.
Il Barolo Monprivato proprio grazie al terroir di provenienza e alla bassissima ed intensa resa per ettaro, esprime un’armonia ed una ricchezza di sentori al naso e una perfezione in bocca di difficile descrizione, con una caratteristica nota olfattiva e gustativa di rosmarino che lo caratterizza. Si può solo definire la sua degustazione un’esperienza entusiasmante.
6) Barolo Monforte Perno Santo Stefano 2010
Terzo Barolo in degustazione prodotto da uve allevate su terreno rosso e argilloso; il colore risulta più acceso ed intenso, i sentori al naso più marcati in generale e, in particolare, balsamici e lievemente mentolati ed, in bocca, caldo, ricco, largo, intenso e terroso, benchè si tratti di un vino, come i suoi predecessori, particolarmente giovane.
Tre capolavori di Mauro Mascarello che lasciano intravedere il lavoro e la passione che li ha prodotti e che ci hanno regalato emozioni davvero molto intense.
La conclusione della serata è avvenuta con le parole di Franco Ziliani che, salutando il gradito ospite, ha affermato che “ se si ama il vino di Langa, non si può non voler bene a quest’uomo” che ha sempre sostenuto la tradizione e ha riversato nella terra la sua grande passione.
Blog di interesse enologico, con degustazioni e note di viaggi alla ricerca di aziende vinicole ed approfondimento su vitigni e terroir, caratteristiche ambientali e pedoclimatiche.
lunedì 20 aprile 2015
domenica 15 marzo 2015
VINI & VITIGNI: MERAVIGLIOSI CHENIN BLANC DELLA LOIRA
VINI & VITIGNI: MERAVIGLIOSI CHENIN BLANC DELLA LOIRA: Lo Chenin , vitigno diffuso in varie parti del mondo, in America Latina , in Sud Africa, in Australia, in Francia, attorno ai comuni di Ang...
MERAVIGLIOSI CHENIN BLANC DELLA LOIRA
Lo Chenin, vitigno diffuso in varie parti del mondo, in America Latina , in Sud Africa, in Australia, in Francia, attorno ai comuni di Angers, Saumur e Tours, raggiunge livelli di eccellenza.
Le condizioni particolari, dovute essenzialmente alla natura dei terreni ma anche al clima fluviale della Loira hanno reso possibili delle produzioni straordinarie in molti centri come Vouvray,Montlouis, Saumur, Savannieres, Anjou, Touraine, Coteaux de l’Aubance.
Lo Chenin Blanc ha, in questi luoghi una produzione varia e diversificata, di bianchi secchi, di spumanti, di vini abboccati e anche liquorosi sia da abbinare al pesce e ai molluschi, al foie gras e ai formaggi di capra sia semplicemente da degustare.
Proprio per la sua versatilità, lo Chenin è un vitigno straordinario forse poco valutato ma flessibile è acidissimo, uno dei vitigni bianchi di migliore e più accentuata acidità che può competere anche con il Riesling.
Ma l’aspetto che più occorre sottolineare come caratteristica dei vini da Chenin Blanch della Loira è la loro fortissima mineralità, la sapidità intensa che li caratterizza tutti, proprio grazie al terroir della zona.
In Anjou Saumur intorno alla città di Angers il terreno è vulcanico e regala note sapide e connotazioni acide ai vini prodotti anche a basse altitudini e grazie alla presenza delle brezze marine, la sapidità arriva dalla vicinanza del mare e attraverso l’apparato fogliare si lascia assorbire dalla vite. Altro apporto minerale è quello della silice, del manganese, del potassio e del ferro,presenti nelle rocce della zona.
Il primo vino degustato nella serata di ONAV MILANO condotta da Vito Intini è stato il
1) SAUMUR AOC 2012 L’INSOLITE THIERRY GERMAIN ROCHE NEUES VERRAIN 13%
da agricoltura biodinamica, di colore paglierino con tendenza al verdolino.
Interessante al naso con connotazioni olfattive fruttate di mango, papaja, arancia , mandarino e frutta tropicale e quindi con un bouquet ampio e ricco, una leggera nota speziata e floreale di tiglio.
Vino burroso e grasso, floreale e minerale al tempo stesso, di grande intensità.
In bocca ha dimostrato una grande acidità, una possente intensità, una lunghissima persistenza.
Vino salatissimo, eccellente, di lunga durata e di rara e bellissima intensità.
Da abbinare a piatti di mare, anche a carni bianche con condimenti e speziature.Il produttore Thierry Germain / Domaine des Roches Neuve è uno dei pochi produttori della denominazione di Saumur-Champigny e si dichiara molto orgoglioso della sua tecnica di coltivazione, soprattutto per quanto riguarda l’uso del Compost al posto dei fertilizzanti sintetici in vigna e, soprattutto, solo se è necessario, e chiedendo alle viti di soffrire per produrre molto, molto meno uva. I risultati finali sono veramente notevoli.Per i suoi sistemi di allevamento delle viti, Domaine des Roches Neuves è diventato un produttore di riferimento di questa piccola regione vinicola, dove la raccolta completamente a mano. Con l'agricoltura biodinamica e utilizzando solo una limitata quantità di fertilizzanti naturali, Thierry è in grado di "gestire" ciò che sono, in sostanza, viti "selvagge" che producono minuscole quantità di frutta. Lo Chenin è fermentato in vasche ovali di legno austriaci. Invecchiato per 12 mesi in vecchie botti di rovere 1, 2, e 3 anni.
Il secondo vino della serata è stato il
2) VOUVRE’ DEMISEC LES CLOS CAREME AOC VINCENT CAREME TOUREN 13%
TOURAINE
di produzione biologica, 2011, e con affinamento per 18 mesi di barrique, da uve cresciute in terreni calcarei e scistosi.
Di bel colore limpido giallo paglierino, con lancia dorata, al naso offre un impatto particolare, con nota di caramella mou e fondo mandorlato con sentori di croccante e marzapane.
Con la rotazione del bicchiere emerge il profumo di mela acerba e, poi, via via, quello del miele e dell’ anice molto gradevole, della pera e della liquirizia, una nota minerale forte e anche un delicato sentore di gelsomino. Anche in questo caso, il bouquet è ampio ed articolatissimo, godibile ed interessante.In bocca l’acidità e la grassezza ancora una volta emergono in questo vino complesso ed armonico di bella intensità
Dal 1999 in Vouvray, Vincent Careme è una delle figure della giovane generazione che porta consensi unanimi col suo vino a questa grande terra di Vouvray dal terreno di due tipi, sia con presenza di silicio che argilloso calcareo e con la produzione di vini complessi e di grande raffinatezza.
Il terzo vino :
3)VINO MOELLEUX MONTLUIS 2010 DI FRANCOISE CHIDAINE 13%
da terreno siliceo argilloso e sabbioso con uve raccolte in surmaturazione e di colore intenso e dorato.
Al naso imponente per la fortissima mineralità e la bellissima sapidità, con una vena acidica agrumata di cedro, limone, frutta tropicale e mandarino e qualche sentore di cera; alla rotazione del bicchiere prevale la nota minerale, burrosa e composita.
Vino intenso e di sentori rari, dal minerale al terroso, dagli agrumi alla liquirizia, ancora una volta un bouquet incredibile, ampio e complesso.
In bocca evidenzia un forte contenuto zuccherino ma anche una fantastica acidità e una morbidezza e una e rotondità inusuali. Ottimo vino, straordinario compendio di morbidezza, acidità e rotondità.
Vino da aperitivo e da pasto sapido e speziato.
Francois Chidane, il produttore, crea solo 150.000 bottiglie di Chenin Blanc con uve allevate in 7 ettari.7 ha per 150.000 bottiglie di Chenin Blanc.
Produttore tosto, cocciuto e determinato ma perseverante come lui si definisce
ha iniziato nel 1989 a Montlouis con qualche ettaro di vigna e con una idea in testa, quella di produrre grandi Chenin.
Di strada ne ha fatta se, oggi, nei suoi vini si leggono le sfumature sottili, le increspature, le tinte: ogni parcella lavorata esprime sapori diversi legati alla natura del suolo, al contesto geografico (esposizione, clima, microclima) e all’età del vigneto. Così nascono le sue cuvée, seguendo l’anima più autentica di ciascuna vigna.
Convito assertore del bio, è passato interamente all’agricoltura biodinamica nel 1999.
I suoi Montlouis, secchi, amabili o liquorosi, hanno una precisione fuori dal comune.
una idea in testa: fare grandi Chenin.
Di strada ne ha fatta, il giovane Francois, e oggi nei suoi vini si leggono le sfumature sottili, le increspature, le tinte: ogni parcella lavorata esprime sapori diversi legati alla natura del suolo, al contesto geografico (esposizione, clima, microclima) e all’età del vigneto. Così nascono le sue cuvée, seguendo l’anima più autentica di ciascuna vigna.
Convito assertore del bio, è passato interamente all’agricoltura biodinamica nel 1999.
I suoi Montlouis, interpretati secchi, amabili o liquorosi, hanno una precisione fuori dal comune. Recentemente è stato acquisito il Clos Baudoin sull’altra sponda del fiume.
Il quarto vino:
4) VINO VIEUX CLOS DE LA COULEE DE SERRANT 2010 DI NICOLAS JOLY AOC SAVENNIERES
da uve cresciute su terreno vulcanico, roccioso, con scisti, gres.
Coltivazione biodinamica.
Vino dorato che al naso offre sentori di mela rabarbaro e liquirizia, radice amara, scorza di arancio ed è, quindi, caratterizzato da una forte mineralità, ma anche da connotazioni dolci, quali le marmellate di arancio, la frutta candita, la mela.
In bocca è ricco, minerale, acidissimo,di grande potenza e grasso, una sferzata di intensità che colpisce il palato per la sua struttura di corpo elevatissima e il suo intenso estratto.
Vino da uve botritizzate di grandissima intensità e struttura, vino raro, grande vino.
Non dà sensazione zuccherina né salinità. Vino da abbinare a formaggi grassi.
Nicolas Joly, "biodinamico" della prima ora, coltiva con passione i suoi vigneti escludendo l'uso di fertilizzanti chimici, pesticidi e diserbanti.
Coulee de Serrant è una denominazione controllata di soli 7 ettari situata sulle colline molto ripide che dominano la Loira, con vigneti da uve Chenin dai 35 a 40 anni di età media Poca la produzione e il rendimento medio è 20-25 ettolitri per ettaro. L'orientamento pendenza è prevalentemente a sud/sud-est. La raccolta viene effettuata 5 volte per 3 o 4 settimane per ottenere le uve più mature e colorate e con un po’ di botryte.
La Coulée de Serrant è il nome di una vigna impiantata dai monaci cistercensi attorno all'anno 1130, e da allora è sempre rimasto un vigneto: sono quasi 900 anni di vendemmie successive e ininterrotte. Il piccolo e vecchio monastero, che fa parte della tenuta, è stato dichiarato monumento storico nazionale. A pochi metri di distanza dal monastero sono visibili le rovine del castello di "La Roche aux-Moines", attorno al quale, nel 1214, si svolse la celebre battaglia nella quale Filippo Augusto sconfisse Giovanni Senza Terra, figlio di Giovanni Cuor di Leone. Tutto intorno al castello si trovano ancora antiche vestigia di civiltà Celtica, Romana e Carolingia.
Il quinto vino:
5 )VINO CUTEAUX DE L’AUBANCE CLOS PRIEUR AOC DOMAINE DE MONTEGILLET 11,5%
Prodotto in Anjou in terreni argillo-scistoso.
Vino da uve appassite e botritizzate, maturazione di 14 anni.
Colore ambrato per l’affinamento in legno.
Al naso è particolarmente ricco con sentori di cannella e torta di mele calda, noce moscata, dattero e fico secco.
In bocca si rivela straordinariamente armonico, morbido con bella e spiccata acidità, gusto di zafferano che lascia la bocca vellutata.
Vino memorabile e grandissimo da degustare senza cibo.
Il sesto vino:
6) VINO CHATEAU BELLERIVE QUART DE CHAUME 1997 BOTRITIZZATO ROCHEFORT SUR LOIRE
Botritizzato con evoluzione e surmaturazione delle uve e passaggio in barrique .
Al naso sentore amarotico intenso e balsamico, percezione legata al balsamo, alla trementina, meno intenso del precedente, meno complesso ma gradevole lo stesso perché caratterizzato da note di amaro e corteccia, liquirizia e tamarindo e ancora da sentori di frutta cotta, miele, caramello,
In bocca è grandissimo con vena di rabarbaro e di radice secca, affascinante ed insolito, con un livello di dolcezza che non si percepisce perché grasso, denso, lungo, molto sapido, salato ed amarotico.
Sentori di saandalo e legno speziato. Ottimo con il foie gras. Vino di durata anche di 40/50 anni.Le aree di Quarts de Chaume denominazione sono situate su una piccola parte di un unico comune della sponda destra del Layon: Rochefort-sur-Loire. I vini hanno un colore intenso, colore giallo dorato con riflessi verdi, a trasformare in oro antico, con sentori di ambra; un naso intenso e complesso, aromi di fiori, frutta bianca, agrumi canditi e frutta esotica nei primi anni, si evolvono dopo 5 a 10 anni verso note di legni pregiati, frutta secca o candita, miele , mandorle tostate, e di solito sono contrassegnati con un forte mineralità. Palato potente e opulento, con un forte sentimento di grasso che rende questi modelli di equilibrio tra dolce morbidezza e vivacità.
Le condizioni particolari, dovute essenzialmente alla natura dei terreni ma anche al clima fluviale della Loira hanno reso possibili delle produzioni straordinarie in molti centri come Vouvray,Montlouis, Saumur, Savannieres, Anjou, Touraine, Coteaux de l’Aubance.
Lo Chenin Blanc ha, in questi luoghi una produzione varia e diversificata, di bianchi secchi, di spumanti, di vini abboccati e anche liquorosi sia da abbinare al pesce e ai molluschi, al foie gras e ai formaggi di capra sia semplicemente da degustare.
Proprio per la sua versatilità, lo Chenin è un vitigno straordinario forse poco valutato ma flessibile è acidissimo, uno dei vitigni bianchi di migliore e più accentuata acidità che può competere anche con il Riesling.
Ma l’aspetto che più occorre sottolineare come caratteristica dei vini da Chenin Blanch della Loira è la loro fortissima mineralità, la sapidità intensa che li caratterizza tutti, proprio grazie al terroir della zona.
In Anjou Saumur intorno alla città di Angers il terreno è vulcanico e regala note sapide e connotazioni acide ai vini prodotti anche a basse altitudini e grazie alla presenza delle brezze marine, la sapidità arriva dalla vicinanza del mare e attraverso l’apparato fogliare si lascia assorbire dalla vite. Altro apporto minerale è quello della silice, del manganese, del potassio e del ferro,presenti nelle rocce della zona.
Il primo vino degustato nella serata di ONAV MILANO condotta da Vito Intini è stato il
1) SAUMUR AOC 2012 L’INSOLITE THIERRY GERMAIN ROCHE NEUES VERRAIN 13%
da agricoltura biodinamica, di colore paglierino con tendenza al verdolino.
Interessante al naso con connotazioni olfattive fruttate di mango, papaja, arancia , mandarino e frutta tropicale e quindi con un bouquet ampio e ricco, una leggera nota speziata e floreale di tiglio.
Vino burroso e grasso, floreale e minerale al tempo stesso, di grande intensità.
In bocca ha dimostrato una grande acidità, una possente intensità, una lunghissima persistenza.
Vino salatissimo, eccellente, di lunga durata e di rara e bellissima intensità.
Da abbinare a piatti di mare, anche a carni bianche con condimenti e speziature.Il produttore Thierry Germain / Domaine des Roches Neuve è uno dei pochi produttori della denominazione di Saumur-Champigny e si dichiara molto orgoglioso della sua tecnica di coltivazione, soprattutto per quanto riguarda l’uso del Compost al posto dei fertilizzanti sintetici in vigna e, soprattutto, solo se è necessario, e chiedendo alle viti di soffrire per produrre molto, molto meno uva. I risultati finali sono veramente notevoli.Per i suoi sistemi di allevamento delle viti, Domaine des Roches Neuves è diventato un produttore di riferimento di questa piccola regione vinicola, dove la raccolta completamente a mano. Con l'agricoltura biodinamica e utilizzando solo una limitata quantità di fertilizzanti naturali, Thierry è in grado di "gestire" ciò che sono, in sostanza, viti "selvagge" che producono minuscole quantità di frutta. Lo Chenin è fermentato in vasche ovali di legno austriaci. Invecchiato per 12 mesi in vecchie botti di rovere 1, 2, e 3 anni.
Il secondo vino della serata è stato il
2) VOUVRE’ DEMISEC LES CLOS CAREME AOC VINCENT CAREME TOUREN 13%
TOURAINE
di produzione biologica, 2011, e con affinamento per 18 mesi di barrique, da uve cresciute in terreni calcarei e scistosi.
Di bel colore limpido giallo paglierino, con lancia dorata, al naso offre un impatto particolare, con nota di caramella mou e fondo mandorlato con sentori di croccante e marzapane.
Con la rotazione del bicchiere emerge il profumo di mela acerba e, poi, via via, quello del miele e dell’ anice molto gradevole, della pera e della liquirizia, una nota minerale forte e anche un delicato sentore di gelsomino. Anche in questo caso, il bouquet è ampio ed articolatissimo, godibile ed interessante.In bocca l’acidità e la grassezza ancora una volta emergono in questo vino complesso ed armonico di bella intensità
Dal 1999 in Vouvray, Vincent Careme è una delle figure della giovane generazione che porta consensi unanimi col suo vino a questa grande terra di Vouvray dal terreno di due tipi, sia con presenza di silicio che argilloso calcareo e con la produzione di vini complessi e di grande raffinatezza.
Il terzo vino :
3)VINO MOELLEUX MONTLUIS 2010 DI FRANCOISE CHIDAINE 13%
da terreno siliceo argilloso e sabbioso con uve raccolte in surmaturazione e di colore intenso e dorato.
Al naso imponente per la fortissima mineralità e la bellissima sapidità, con una vena acidica agrumata di cedro, limone, frutta tropicale e mandarino e qualche sentore di cera; alla rotazione del bicchiere prevale la nota minerale, burrosa e composita.
Vino intenso e di sentori rari, dal minerale al terroso, dagli agrumi alla liquirizia, ancora una volta un bouquet incredibile, ampio e complesso.
In bocca evidenzia un forte contenuto zuccherino ma anche una fantastica acidità e una morbidezza e una e rotondità inusuali. Ottimo vino, straordinario compendio di morbidezza, acidità e rotondità.
Vino da aperitivo e da pasto sapido e speziato.
Francois Chidane, il produttore, crea solo 150.000 bottiglie di Chenin Blanc con uve allevate in 7 ettari.7 ha per 150.000 bottiglie di Chenin Blanc.
Produttore tosto, cocciuto e determinato ma perseverante come lui si definisce
ha iniziato nel 1989 a Montlouis con qualche ettaro di vigna e con una idea in testa, quella di produrre grandi Chenin.
Di strada ne ha fatta se, oggi, nei suoi vini si leggono le sfumature sottili, le increspature, le tinte: ogni parcella lavorata esprime sapori diversi legati alla natura del suolo, al contesto geografico (esposizione, clima, microclima) e all’età del vigneto. Così nascono le sue cuvée, seguendo l’anima più autentica di ciascuna vigna.
Convito assertore del bio, è passato interamente all’agricoltura biodinamica nel 1999.
I suoi Montlouis, secchi, amabili o liquorosi, hanno una precisione fuori dal comune.
una idea in testa: fare grandi Chenin.
Di strada ne ha fatta, il giovane Francois, e oggi nei suoi vini si leggono le sfumature sottili, le increspature, le tinte: ogni parcella lavorata esprime sapori diversi legati alla natura del suolo, al contesto geografico (esposizione, clima, microclima) e all’età del vigneto. Così nascono le sue cuvée, seguendo l’anima più autentica di ciascuna vigna.
Convito assertore del bio, è passato interamente all’agricoltura biodinamica nel 1999.
I suoi Montlouis, interpretati secchi, amabili o liquorosi, hanno una precisione fuori dal comune. Recentemente è stato acquisito il Clos Baudoin sull’altra sponda del fiume.
Il quarto vino:
4) VINO VIEUX CLOS DE LA COULEE DE SERRANT 2010 DI NICOLAS JOLY AOC SAVENNIERES
da uve cresciute su terreno vulcanico, roccioso, con scisti, gres.
Coltivazione biodinamica.
Vino dorato che al naso offre sentori di mela rabarbaro e liquirizia, radice amara, scorza di arancio ed è, quindi, caratterizzato da una forte mineralità, ma anche da connotazioni dolci, quali le marmellate di arancio, la frutta candita, la mela.
In bocca è ricco, minerale, acidissimo,di grande potenza e grasso, una sferzata di intensità che colpisce il palato per la sua struttura di corpo elevatissima e il suo intenso estratto.
Vino da uve botritizzate di grandissima intensità e struttura, vino raro, grande vino.
Non dà sensazione zuccherina né salinità. Vino da abbinare a formaggi grassi.
Nicolas Joly, "biodinamico" della prima ora, coltiva con passione i suoi vigneti escludendo l'uso di fertilizzanti chimici, pesticidi e diserbanti.
Coulee de Serrant è una denominazione controllata di soli 7 ettari situata sulle colline molto ripide che dominano la Loira, con vigneti da uve Chenin dai 35 a 40 anni di età media Poca la produzione e il rendimento medio è 20-25 ettolitri per ettaro. L'orientamento pendenza è prevalentemente a sud/sud-est. La raccolta viene effettuata 5 volte per 3 o 4 settimane per ottenere le uve più mature e colorate e con un po’ di botryte.
La Coulée de Serrant è il nome di una vigna impiantata dai monaci cistercensi attorno all'anno 1130, e da allora è sempre rimasto un vigneto: sono quasi 900 anni di vendemmie successive e ininterrotte. Il piccolo e vecchio monastero, che fa parte della tenuta, è stato dichiarato monumento storico nazionale. A pochi metri di distanza dal monastero sono visibili le rovine del castello di "La Roche aux-Moines", attorno al quale, nel 1214, si svolse la celebre battaglia nella quale Filippo Augusto sconfisse Giovanni Senza Terra, figlio di Giovanni Cuor di Leone. Tutto intorno al castello si trovano ancora antiche vestigia di civiltà Celtica, Romana e Carolingia.
Il quinto vino:
5 )VINO CUTEAUX DE L’AUBANCE CLOS PRIEUR AOC DOMAINE DE MONTEGILLET 11,5%
Prodotto in Anjou in terreni argillo-scistoso.
Vino da uve appassite e botritizzate, maturazione di 14 anni.
Colore ambrato per l’affinamento in legno.
Al naso è particolarmente ricco con sentori di cannella e torta di mele calda, noce moscata, dattero e fico secco.
In bocca si rivela straordinariamente armonico, morbido con bella e spiccata acidità, gusto di zafferano che lascia la bocca vellutata.
Vino memorabile e grandissimo da degustare senza cibo.
Il sesto vino:
6) VINO CHATEAU BELLERIVE QUART DE CHAUME 1997 BOTRITIZZATO ROCHEFORT SUR LOIRE
Botritizzato con evoluzione e surmaturazione delle uve e passaggio in barrique .
Al naso sentore amarotico intenso e balsamico, percezione legata al balsamo, alla trementina, meno intenso del precedente, meno complesso ma gradevole lo stesso perché caratterizzato da note di amaro e corteccia, liquirizia e tamarindo e ancora da sentori di frutta cotta, miele, caramello,
In bocca è grandissimo con vena di rabarbaro e di radice secca, affascinante ed insolito, con un livello di dolcezza che non si percepisce perché grasso, denso, lungo, molto sapido, salato ed amarotico.
Sentori di saandalo e legno speziato. Ottimo con il foie gras. Vino di durata anche di 40/50 anni.Le aree di Quarts de Chaume denominazione sono situate su una piccola parte di un unico comune della sponda destra del Layon: Rochefort-sur-Loire. I vini hanno un colore intenso, colore giallo dorato con riflessi verdi, a trasformare in oro antico, con sentori di ambra; un naso intenso e complesso, aromi di fiori, frutta bianca, agrumi canditi e frutta esotica nei primi anni, si evolvono dopo 5 a 10 anni verso note di legni pregiati, frutta secca o candita, miele , mandorle tostate, e di solito sono contrassegnati con un forte mineralità. Palato potente e opulento, con un forte sentimento di grasso che rende questi modelli di equilibrio tra dolce morbidezza e vivacità.
lunedì 9 marzo 2015
CHENIN BLANC
Lo Chenin Blanc è una varietà che si adatta bene a diversi climi e a diversi tipi di suolo e, in modo particolare, riesce sempre a mantenere ottimi livelli di acidità e alte rese colturali. Queste due caratteristiche risultano interessanti per la produzioni di enormi quantità di vino poiché anche a rese colturali elevate, lo Chenin Blanc assicura vini di buona acidità; è una varietà che tende a germogliare anticipatamente e a maturare piuttosto tardivamente ed è un vitigno ricco di acido tartarico e citrico, sostanze che gli conferiscono un alto potenziale di invecchiamento, secondo solo a quello dei Riesling renani.
Oltre alla forte acidità, lo Chenin Blanc è caratterizzato da un buon grado zuccherino, con elevato potenziale alcolico, che aumenta ulteriormente la sua capacità di conservazione.La sua terra d'origine è la Valle della Loira, dove è spesso chiamato Pineau de la Loire, mentre in Sud Africa, dove lo Chenin Blanc è l'uva bianca più diffusa, viene chiamato Steen.
La sua buccia sottile lo rende inoltre molto sensibile agli effetti della muffa nobile, una qualità comune e ricercata in molti vini dolci. Grazie alla sua acidità, i vini Chenin Blanc di qualità sono molto adatti a lunghi periodi di affinamento che possono arrivare anche ad alcune decine di anni, come nel caso dei vini prodotti nella piccola area di Savennières, nella valle della Loira.
Versatile, di grande carattere, questo vitigno si adatta bene a climi e terreni diversi, tanto da essere stato coltivato anche in Sud Africa, portato a fine Ottocento dal professor Perold, lo scienziato che realizzò anche il Pinotage.
Nella Loira la sua coltivazione è concentrata nella zona di Anjou-Saumur e nella Touraine, con clima oceanico, inverni miti, estati calde e basse escursioni termiche. I terreni di queste zone sono composti da ardesia, un minerale che troviamo anche in Germania, nella zona del Reno e della Mosella, responsabile della mineralità di questi vini, oltre a scisti composti da depositi carboniferi e da tuffeau di origine vulcanica.
In sintesi: questa uva bianca ha guadagnato la sua fama grazie a vini longevi come il Vouvray e il Coteaux du Layon della Valle della Loira, la quale produce gli Chenin blancs di miglior qualità al mondo. Quest'uva tipicamente produce vini freschi, di medio corpo, moderatamente alcolici e di acidità da medio-alta ad alta, sia dolci che spumanti. I vini fatti sono con Chenin blanc sono molto profumati, con aromi di miele, fiori, paglia umida, fumo e lana bagnata. I gusti caratteristici comprendono la mela matura, la pera, la pesca e morbide note mielate e lo Chenin Blanc di alta qualità può avere un lungo, persistente finale di frutta dolce.
Qualche vino ha la capacità di invecchiare per decenni, dovuta ad alti livelli di acidità e ad notevoli residui zuccherini.
In condizioni favorevoli, lo Chenin Blanc è molto sensibile agli effetti della muffa nobile - la celebre Botrytis Cinerea - una qualità che consente di produrre interessanti vini muffati e moelleux, per dirla in termini Francesi.
l nome di quest'uva deriva da Mont-Chenin, nel distretto di Touraine, e probabilmente risale al XV secolo. Le origini certe dello Chenin Blanc sono tuttavia più antiche e si trova traccia di quest'uva nella zona di Anjou - sempre nella Valle della Loira - già nel 845 circa.
Oltre alla forte acidità, lo Chenin Blanc è caratterizzato da un buon grado zuccherino, con elevato potenziale alcolico, che aumenta ulteriormente la sua capacità di conservazione.La sua terra d'origine è la Valle della Loira, dove è spesso chiamato Pineau de la Loire, mentre in Sud Africa, dove lo Chenin Blanc è l'uva bianca più diffusa, viene chiamato Steen.
La sua buccia sottile lo rende inoltre molto sensibile agli effetti della muffa nobile, una qualità comune e ricercata in molti vini dolci. Grazie alla sua acidità, i vini Chenin Blanc di qualità sono molto adatti a lunghi periodi di affinamento che possono arrivare anche ad alcune decine di anni, come nel caso dei vini prodotti nella piccola area di Savennières, nella valle della Loira.
Versatile, di grande carattere, questo vitigno si adatta bene a climi e terreni diversi, tanto da essere stato coltivato anche in Sud Africa, portato a fine Ottocento dal professor Perold, lo scienziato che realizzò anche il Pinotage.
Nella Loira la sua coltivazione è concentrata nella zona di Anjou-Saumur e nella Touraine, con clima oceanico, inverni miti, estati calde e basse escursioni termiche. I terreni di queste zone sono composti da ardesia, un minerale che troviamo anche in Germania, nella zona del Reno e della Mosella, responsabile della mineralità di questi vini, oltre a scisti composti da depositi carboniferi e da tuffeau di origine vulcanica.
In sintesi: questa uva bianca ha guadagnato la sua fama grazie a vini longevi come il Vouvray e il Coteaux du Layon della Valle della Loira, la quale produce gli Chenin blancs di miglior qualità al mondo. Quest'uva tipicamente produce vini freschi, di medio corpo, moderatamente alcolici e di acidità da medio-alta ad alta, sia dolci che spumanti. I vini fatti sono con Chenin blanc sono molto profumati, con aromi di miele, fiori, paglia umida, fumo e lana bagnata. I gusti caratteristici comprendono la mela matura, la pera, la pesca e morbide note mielate e lo Chenin Blanc di alta qualità può avere un lungo, persistente finale di frutta dolce.
Qualche vino ha la capacità di invecchiare per decenni, dovuta ad alti livelli di acidità e ad notevoli residui zuccherini.
In condizioni favorevoli, lo Chenin Blanc è molto sensibile agli effetti della muffa nobile - la celebre Botrytis Cinerea - una qualità che consente di produrre interessanti vini muffati e moelleux, per dirla in termini Francesi.
l nome di quest'uva deriva da Mont-Chenin, nel distretto di Touraine, e probabilmente risale al XV secolo. Le origini certe dello Chenin Blanc sono tuttavia più antiche e si trova traccia di quest'uva nella zona di Anjou - sempre nella Valle della Loira - già nel 845 circa.
lunedì 2 febbraio 2015
DOLCETTO IN VERTICALE DAL 1985
Il consorzio Tutela Ovada DOCG ha organizzato l’evento “E’ Ora di Ovada”, sabato 31 gennaio 2015, presso l’enoteca “Quartino di vino” di via Roma 23, con una degustazione verticale di 13 vini Dolcetto Docg dal 1985 al 2010, presentati da alcuni dei produttori dei 22 Comuni di appartenenza alla DOCG che hanno raccontato, attraverso la presentazione del loro vino, le caratteristiche del territorio e le metodologie di vinificazione in una panoramica vasta sia dal punto di vista geografico che storico, in quanto sono stati ripercorsi e riproposti trenta anni di storia del Dolcetto di Ovada.Del vitigno Dolcetto, che produceva tradizionalmente un vino di scambio tra Piemonte e Liguria, lungo la famosa “via del sale”, le prime notizie risalgono ben al 1593, anche se la prima citazione scientifica è datata 1798 quando il conte Giuseppe Nuvolone Pergamo, vicedirettore della Società Agraria di Torino, descrisse accuratamente le qualità del vitigno.
L’origine di questa tipologia di uva è contesa tra il Monferrato e la Liguria e anche il nome “dolcetto” ha diverse interpretazioni: potrebbe derivare dalla dolcezza dell’uva matura ma anche dal termine”dosset” cioè bassa collina.
(http://mariaenrica-vinivitigni.blogspot.it)
Grazie alla naturale vocazione della zona, il Dolcetto nei 22 Comuni dell’Ovadese eletti a poter coltivare la DOCG e che sono: Ovada, Belforte Monferrato, Bosio, Capriata d’Orba, Carpeneto, Casaleggio Boiro, Cassinelle, Castelletto d’Orba, Cremolino, Lerma, Molare, Montaldeo, Montaldo Bormida, Mornese, Morsasco, Parodi Ligure, Prasco, Rocca Grimalda, San Cristoforo, Silvano d’Orba, Tagliolo Monferrato e Trisobbio, si esprime in modo ottimale anche se diverso per ogni terroir in quanto è vitigno in grado di produrre sia vini fruttati e freschi, di pronta e gradevolissima beva, sia vini di sostanza e struttura ottimi per l’invecchiamento.Proprio questo tema è stato il filo conduttore della degustazione:
la differenza tra i Dolcetti delle “terre bianche “ cioè terre calcaree, gessose e sabbiose e i Dolcetti delle “terre rosse” a base sostanzialmente argillosa.
Le “terre bianche “ donano ai vitigni acidità preziosa che sostengono nel tempo il vino e lo rendono longevo e adatto all’invecchiamento mentre le “terre rosse” regalano meravigliosi vini fruttati e profumati da bere subito.
I Dolcetti in degustazione sono stati delle Aziende:
La Piria di Rocca Grimalda, vendemmia 2010Facchino di Rocca Grimalda, vendemmia 2009
Cà del Bric di Montaldo Bormida, vendemmia 2007
Cascina Boccia di Tagliolo, vendemmia 2007Casa Wallace di Cremolino, vendemmia 2006
La Ghera di Molare, vendemmia 2004
Cascina Gentile di Capriata d’Orba, vendemmia 2003La Guardia di Morsasco, vendemmia 1999
Ghio di Bosio, vendemmia 1998
Castello di Grillano di Ovada,vendemmia 1996Pino Ratto di Ovada, vendemmia 1993
Bisio di Carpeneto, vendemmia 1990
Pesce di Silvano d’Orba, vendemmia 1985
Tutti ottimi vini, dal bel colore rubino, più o meno intenso a seconda dell’annata e dell’invecchiamento, secchi ed asciutti con il tipico retrogusto amarognolo che contraddistingue questa tipologia, molti maturati in legno e molti in acciaio, alcuni freschi e di bella morbidezza altri, i più vecchi, ben strutturati ed esaltati dalla permanenza in legno.
Interessante è stato l’intervento della Dott.ssa Elisa Paravidino, responsabile dei Vigneti della Tenuta Cannona che è il Centro Sperimentale Vitivinicolo della Regione Piemonte ed ha sede in uno dei comuni dell’Ovada DOCG, il Comune di Carpeneto.
L’attività della Tenuta Cannona, fondata nel 1897 su 54 ettari, è stata descritta riguardo le attività di sperimentazione di cloni e di microvinificazioni ma, soprattutto, circa i progetti riguardanti le uve Dolcetto che prediligono i terreni collinari asciutti e poco fertili, le zone argillose e le marne bianche mentre risentono negativamente dei terreni pesanti e ricchi.
La verticale ha visto la partecipazione di alcune aziende di produttori non più attivi, in particolare è stata commovente e sentita la rievocazione del produttore Pino Ratto ricordato da Carlo Ricagni per i suoi grandi vini ma soprattutto per le sue grandi intuizioni enologiche che metteva a disposizione degli amici vinicoltori. Trasmise agli amici il suo concetto di “terroir” assimilato attraverso l’osservazione delle colline dopo una nevicata affinchè si potesse capire meglio dove lo strato sotterraneo insinua il suo calore per sciogliere prima le nevi e trasmise anche l’uso del legno che lui prediligeva nella maturazione del vino, quando, tra i primi, sosteneva che il Dolcetto è un vino longevo, a patto che i vitigni siano ben posizionati e che il vino riposi in legno il tempo giusto. Aveva ragione , oggi abbiamo degustato ottimi Dolcetti invecchiati anche venti e trenta anni.
L’origine di questa tipologia di uva è contesa tra il Monferrato e la Liguria e anche il nome “dolcetto” ha diverse interpretazioni: potrebbe derivare dalla dolcezza dell’uva matura ma anche dal termine”dosset” cioè bassa collina.
(http://mariaenrica-vinivitigni.blogspot.it)
Grazie alla naturale vocazione della zona, il Dolcetto nei 22 Comuni dell’Ovadese eletti a poter coltivare la DOCG e che sono: Ovada, Belforte Monferrato, Bosio, Capriata d’Orba, Carpeneto, Casaleggio Boiro, Cassinelle, Castelletto d’Orba, Cremolino, Lerma, Molare, Montaldeo, Montaldo Bormida, Mornese, Morsasco, Parodi Ligure, Prasco, Rocca Grimalda, San Cristoforo, Silvano d’Orba, Tagliolo Monferrato e Trisobbio, si esprime in modo ottimale anche se diverso per ogni terroir in quanto è vitigno in grado di produrre sia vini fruttati e freschi, di pronta e gradevolissima beva, sia vini di sostanza e struttura ottimi per l’invecchiamento.Proprio questo tema è stato il filo conduttore della degustazione:
la differenza tra i Dolcetti delle “terre bianche “ cioè terre calcaree, gessose e sabbiose e i Dolcetti delle “terre rosse” a base sostanzialmente argillosa.
Le “terre bianche “ donano ai vitigni acidità preziosa che sostengono nel tempo il vino e lo rendono longevo e adatto all’invecchiamento mentre le “terre rosse” regalano meravigliosi vini fruttati e profumati da bere subito.
I Dolcetti in degustazione sono stati delle Aziende:
La Piria di Rocca Grimalda, vendemmia 2010Facchino di Rocca Grimalda, vendemmia 2009
Cà del Bric di Montaldo Bormida, vendemmia 2007
Cascina Boccia di Tagliolo, vendemmia 2007Casa Wallace di Cremolino, vendemmia 2006
La Ghera di Molare, vendemmia 2004
Cascina Gentile di Capriata d’Orba, vendemmia 2003La Guardia di Morsasco, vendemmia 1999
Ghio di Bosio, vendemmia 1998
Castello di Grillano di Ovada,vendemmia 1996Pino Ratto di Ovada, vendemmia 1993
Bisio di Carpeneto, vendemmia 1990
Pesce di Silvano d’Orba, vendemmia 1985
Tutti ottimi vini, dal bel colore rubino, più o meno intenso a seconda dell’annata e dell’invecchiamento, secchi ed asciutti con il tipico retrogusto amarognolo che contraddistingue questa tipologia, molti maturati in legno e molti in acciaio, alcuni freschi e di bella morbidezza altri, i più vecchi, ben strutturati ed esaltati dalla permanenza in legno.
Interessante è stato l’intervento della Dott.ssa Elisa Paravidino, responsabile dei Vigneti della Tenuta Cannona che è il Centro Sperimentale Vitivinicolo della Regione Piemonte ed ha sede in uno dei comuni dell’Ovada DOCG, il Comune di Carpeneto.
L’attività della Tenuta Cannona, fondata nel 1897 su 54 ettari, è stata descritta riguardo le attività di sperimentazione di cloni e di microvinificazioni ma, soprattutto, circa i progetti riguardanti le uve Dolcetto che prediligono i terreni collinari asciutti e poco fertili, le zone argillose e le marne bianche mentre risentono negativamente dei terreni pesanti e ricchi.
La verticale ha visto la partecipazione di alcune aziende di produttori non più attivi, in particolare è stata commovente e sentita la rievocazione del produttore Pino Ratto ricordato da Carlo Ricagni per i suoi grandi vini ma soprattutto per le sue grandi intuizioni enologiche che metteva a disposizione degli amici vinicoltori. Trasmise agli amici il suo concetto di “terroir” assimilato attraverso l’osservazione delle colline dopo una nevicata affinchè si potesse capire meglio dove lo strato sotterraneo insinua il suo calore per sciogliere prima le nevi e trasmise anche l’uso del legno che lui prediligeva nella maturazione del vino, quando, tra i primi, sosteneva che il Dolcetto è un vino longevo, a patto che i vitigni siano ben posizionati e che il vino riposi in legno il tempo giusto. Aveva ragione , oggi abbiamo degustato ottimi Dolcetti invecchiati anche venti e trenta anni.
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venerdì 30 gennaio 2015
IL DURELLO DEI MONTI LESSINI
La zona collinare compresa tra la provincia di Verona e quella di Vicenza, dove iniziano i rilievi che man mano che si procede verso nord diventano sempre più alti fino a trasformarsi nelle Alpi, è una fertile zona vitivinicola, favorita dall'origine vulcanica del terreno.
E' la zona del Durello, un vino ancora non molto conosciuto, ma che si va sempre più affermando nel panorama dei vini veronesi, già ricco di nomi importanti quali Amarone, Valpolicella e Soave. Tra questi prodotti noti e importanti, il Durello è forse il vino meno famoso ma, proprio per questo, anche quello con maggiori potenzialità di sviluppo e che negli ultimi anni ha mostrato una buona capacità di diffusione.
Il Lessini Durello è un vino ottenuto in prevalenza dal vitigno Durella, uva particolarmente adatta alla spumantizzazione, sia con metodo Charmat sia con la più tradizionale fermentazione in bottiglia.
Lessini Durello DOC ottiene il riconoscimento della denominazione nel 1987.L’uva Durella è un vitigno indigeno, coltivato nella limitata fascia collinare della Lessinia orientale, a cavallo fra le provincie di Vicenza e Verona, nelle vallate dove si alternano coltivazioni di vite e alberi di ciliegio, anch'essi tipici dell'est veronese; e la vite viene menzionata come “Durasena” già nell’antichità, in manoscritti e statuti comunali a partire dal 1200.Nell’Alto Medioevo, grazie, in particolare, al lavoro degli Ordini Monastici, si rinvigoriscono, dopo il periodo barbarico, l’uva e la viticoltura in questa vasta area prealpina e, ancora nel 1300, nei manoscritti benedettini, si citava quest’uva che oggi si ritiene corretto collegare alla Durella e che, in periodi successivi, la nobiltà veneziana, richiedeva moltissimo per ottenerne vino che proveniva, appunto, dall’attività agraria dei Monti Lessini e veniva coltivata in terreni recintati, i broli, dove, oltre a frutta e verdura, si raccoglieva anche uva Durasena da vino. Nel 1700 era ampiamente diffusa nel vicentino e sul versante orientale del territorio veronese.
Caratteristica per gli acini color giallo citrino, questa varietà è sopravvissuta nel tempo grazie alla sua straordinaria resistenza alle malattie che hanno a più riprese flagellato i vigneti italiani.
La parola Durella ben descrive le caratteristiche di questo vitigno: la buccia spessa, l'acidità importante, una caratteristica asprezza che si trasforma in bella freschezza. Cresce in terreno pre-alpino, vulcanico e scuro con abbondanza di basalto che conferisce sapidità e acidità al vino che una volta, proprio per queste caratteristiche, era bevuto quasi esclusivamente sul mercato locale, dove vi era l'abitudine di allungarlo con l'acqua o era usato come vino da taglio.
La moderna enologia è oggi riuscita a trasformare in punti di forza quelli che potevano sembrare punti deboli del Durello.Da un lato si è capito che l'alta acidità e sapidità potevano garantire al Durello una grande longevità e farne un vino bianco che può riposare in cantina anche per dieci anni con risultati sorprendenti. Con un lungo affinamento, l'acidità mantiene vivo il vino, che, ammorbidendosi, sviluppa aromi e sentori di grande complessità e armonia.
Dall'altro, si è capito che il Durello, con le sue caratteristiche, poteva diventare un'eccellente base per la spumantizzazione con metodo classico.La rifermentazione in bottiglia, soprattutto se prolungata, bilancia l'acidità del vino base conferendo al Durello Metodo Classico una straordinaria finezza e complessità d'aromi. Il Durello Spumante è fresco e sapido e competitivo grazie al rapporto qualità/prezzo, soprattutto rispetto a zone di produzione più conosciute.
Esso è prodotto da un minimo di 85%di uva Durella con aggiunte possibili di Garganega, Pinot bianco, Chardonnay e Pinot nero.
Il Durello Spumante ha colore giallo paglierino con riflessi verdi, profumo vinoso, delicato e leggermente fruttato, sapore piacevole, acidulo e armonico.Vi è inoltre la versone ferma, il Monti Lessini Durello Tranquillo e, per accompagnare il dessert vi è poi il Monti Lessini Durello Passito, prodotto con uva Durella lasciata appassire per almeno quattro mesi.
Nel 1997 è nato il Consorzio del vino Lessini Durello, che ha riunito i produttori e ha contribuito alla valorizzazione non solo del vino, ma di tutto il territorio con la creazione della Strada del Vino Lessini Durello.
E' la zona del Durello, un vino ancora non molto conosciuto, ma che si va sempre più affermando nel panorama dei vini veronesi, già ricco di nomi importanti quali Amarone, Valpolicella e Soave. Tra questi prodotti noti e importanti, il Durello è forse il vino meno famoso ma, proprio per questo, anche quello con maggiori potenzialità di sviluppo e che negli ultimi anni ha mostrato una buona capacità di diffusione.
Il Lessini Durello è un vino ottenuto in prevalenza dal vitigno Durella, uva particolarmente adatta alla spumantizzazione, sia con metodo Charmat sia con la più tradizionale fermentazione in bottiglia.
Lessini Durello DOC ottiene il riconoscimento della denominazione nel 1987.L’uva Durella è un vitigno indigeno, coltivato nella limitata fascia collinare della Lessinia orientale, a cavallo fra le provincie di Vicenza e Verona, nelle vallate dove si alternano coltivazioni di vite e alberi di ciliegio, anch'essi tipici dell'est veronese; e la vite viene menzionata come “Durasena” già nell’antichità, in manoscritti e statuti comunali a partire dal 1200.Nell’Alto Medioevo, grazie, in particolare, al lavoro degli Ordini Monastici, si rinvigoriscono, dopo il periodo barbarico, l’uva e la viticoltura in questa vasta area prealpina e, ancora nel 1300, nei manoscritti benedettini, si citava quest’uva che oggi si ritiene corretto collegare alla Durella e che, in periodi successivi, la nobiltà veneziana, richiedeva moltissimo per ottenerne vino che proveniva, appunto, dall’attività agraria dei Monti Lessini e veniva coltivata in terreni recintati, i broli, dove, oltre a frutta e verdura, si raccoglieva anche uva Durasena da vino. Nel 1700 era ampiamente diffusa nel vicentino e sul versante orientale del territorio veronese.
Caratteristica per gli acini color giallo citrino, questa varietà è sopravvissuta nel tempo grazie alla sua straordinaria resistenza alle malattie che hanno a più riprese flagellato i vigneti italiani.
La parola Durella ben descrive le caratteristiche di questo vitigno: la buccia spessa, l'acidità importante, una caratteristica asprezza che si trasforma in bella freschezza. Cresce in terreno pre-alpino, vulcanico e scuro con abbondanza di basalto che conferisce sapidità e acidità al vino che una volta, proprio per queste caratteristiche, era bevuto quasi esclusivamente sul mercato locale, dove vi era l'abitudine di allungarlo con l'acqua o era usato come vino da taglio.
La moderna enologia è oggi riuscita a trasformare in punti di forza quelli che potevano sembrare punti deboli del Durello.Da un lato si è capito che l'alta acidità e sapidità potevano garantire al Durello una grande longevità e farne un vino bianco che può riposare in cantina anche per dieci anni con risultati sorprendenti. Con un lungo affinamento, l'acidità mantiene vivo il vino, che, ammorbidendosi, sviluppa aromi e sentori di grande complessità e armonia.
Dall'altro, si è capito che il Durello, con le sue caratteristiche, poteva diventare un'eccellente base per la spumantizzazione con metodo classico.La rifermentazione in bottiglia, soprattutto se prolungata, bilancia l'acidità del vino base conferendo al Durello Metodo Classico una straordinaria finezza e complessità d'aromi. Il Durello Spumante è fresco e sapido e competitivo grazie al rapporto qualità/prezzo, soprattutto rispetto a zone di produzione più conosciute.
Esso è prodotto da un minimo di 85%di uva Durella con aggiunte possibili di Garganega, Pinot bianco, Chardonnay e Pinot nero.
Il Durello Spumante ha colore giallo paglierino con riflessi verdi, profumo vinoso, delicato e leggermente fruttato, sapore piacevole, acidulo e armonico.Vi è inoltre la versone ferma, il Monti Lessini Durello Tranquillo e, per accompagnare il dessert vi è poi il Monti Lessini Durello Passito, prodotto con uva Durella lasciata appassire per almeno quattro mesi.
Nel 1997 è nato il Consorzio del vino Lessini Durello, che ha riunito i produttori e ha contribuito alla valorizzazione non solo del vino, ma di tutto il territorio con la creazione della Strada del Vino Lessini Durello.
martedì 6 gennaio 2015
IL CHIANTI E LA SUA STORIA
Il territorio che da secoli produce il vino Chianti Classico, è situato in una parte di Toscana delimitata a nord dai dintorni di Firenze, a est dai Monti del Chianti, a sud dalla città di Siena e a ovest dalle vallate della Pesa e dell’Elsa.
La vite arrivò in Toscana con gli Etruschi come testimoniano alcuni vasi attici del VI secolo a.C. ritrovati a Castellina in Chianti.
La coltura vinicola proseguì durante l’Impero Romano e sopravvisse anche dopo le devastazioni barbariche, grazie all’impegno dei monaci benedettini che, insieme alla cura dello spirito, si occupavano anche delle campagne coltivate a vite e olivo, spingendo la popolazioni a prendersi cura dei campi e della produzione di olio e vino.
A partire dall’anno Mille, si diffuse ovunque, sia nelle terre dei monaci sia in quelle del clero secolare e dei signori laici, la coltura “specializzata” della vite, che veniva allevata in forme basse a filari.
Il termine “Chianti” compare per la prima volta in una pergamena del 790, mentre le prime pergamene in cui si fa riferimento alla vinificazione in Chianti sono del 913 e sono state rinvenute nella chiesa di Santa Cristina a Lucignano.In epoca medioevale fu terra di continue battaglie e dispute fra le città di Firenze e Siena per il possesso dei territori e fu appunto in quel periodo che
si comprese l’importanza della vite e dell’olivo e che venne sottratto spazio agli estesi boschi di castagni e di querce per produrre olio e vino in quantità sempre maggiore e di qualità sempre migliore tanto da conquistare progressivamente importanza economica e fama internazionale.
Che il vino fosse un prodotto importante lo testimonia, ad esempio, la fondazione a Firenze verso la seconda metà del Duecento, dell’Arte dei Vinattieri, la più importante delle Arti Minori, accompagnata dall’apertura di osterie e celle vinarie.L’abitudine al consumo del vino, in quell’epoca, si diffuse velocemente e da prodotto di lusso, appannaggio delle tavole nobili, il vino divenne presto una bevanda di consumo popolare: era presente in tutte le case, da quelle dei ricchi a quelle dei contadini, che il più delle volte lo utilizzavano per miscelare un’acqua malsana.
Veniva considerato un vero e proprio alimento e fonti storiche documentano che veniva usato addirittura come farmaco per curare gli ammalati.
Negli antichi documenti si parla di vino “rutilante” o “vermiglio” (se rosso) o “vernaccia” (se bianco).
Dalla fine dell’800 in poi, il vino Chianti Classico si è sempre più affermato sulle tavole di tutto il mondo ed è stato uno dei prodotti italiani più famosi nel mondo.
Le città di Firenze e Siena sono considerate le “capitali” del Chianti Classico e le terre che si estendono tra le due province coprono circa 70.000 ettari che comprendono per intero i comuni di Castellina in Chianti, Gaiole in Chianti, Greve in Chianti, Radda in Chianti e in parte quelli di Barberino Val d’Elsa, Castelnuovo Berardenga, Poggibonsi, San Casciano in Val di Pesa e Tavarnelle Val di Pesa.
La zona vinicola storica del Chianti si estende nelle province di Firenze, Siena, Arezzo, Pisa e Pistoia ed è suddivisa in:
Colli aretini
Colli fiorentini
Colli senesi Colline pisane
Montalbano
Montespertoli
Rufina
I confini del Chianti Classico corrispondono più o meno a quelli fissati dal bando del Granduca di Toscana Cosimo III De’Medici nel 1716, epoca in cui, per la prima volta nella storia vinicola, un documento legale prevedeva la delimitazione di un’area di produzione, anticipando di oltre 200 anni ogni altra iniziativa del genere nel mondo.
Si deve, invece, al barone Bettino Ricasoli la famosa formula codificata intorno al 1870 per produrre il Chianti Classico.Famiglia risalente ai tempi longobardi per nobiltà, i Ricasoli erano già baroni nell’undicesimo secolo, quando fecero costruire il Castello di Brolio a difesa della Repubblica fiorentina contro le pretese di estensione territoriale dei senesi.
Il barone Bettino, chiamato Barone di Ferro (1809/1880), fu uno dei protagonisti del Risorgimento italiano insieme a Cavour, due volte Primo Ministro del Regno e l’inventore della formula di vinificazione del Chianti nonché della storia moderna del vino in Toscana.Per produrre il Chianti Classico era necessario utilizzare l’uva di tre vitigni:
Sangiovese per sette decimi;
Canaiolo per due decimi;
Malvasia del Chianti per un decimo.
La Malvasia, in seguito, verrà sostituita dal Trebbiano toscano.
Il Chianti viene prodotto ancora così, con uve provenienti da vigneti coltivati a non più di 550 metri di altitudine s.l.m. Il vino ottenuto da uve Sangiovese è molto corposo, dal particolare bouquet, piuttosto aspro da giovane e perciò adatto all’invecchiamento. Il Canaiolo Nero mitiga le asprezze del Sangiovese esaltandone il colore.
L’equilibrio del Chianti doveva essere basato, secondo il Barone, su vitigni che fossero ben assuefatti al terreno. Si ricorreva allora – e venne codificata anch’essa – al Governo alla Toscana che consisteva in una particolare tecnica di vinificazione sostenuta nel secolo scorso per ottenere vini fruttati e profumati. Per ottenere un Chianti governato all’uso toscano, in periodo di vendemmia, si doveva prelevare la parte più matura e più sana del Sangiovese e lasciare i grappoli per sei settimane sui graticci affinché appassissero leggermente col semplice contatto dell’aria.Queste uve, poi pigiate, venivano unite al mosto di vendemmia che aveva, nel frattempo, già compiuto la sua fermentazione e facevano ripartire una nuova fermentazione lenta e prolungata fino a primavera.
Il Chianti poteva essere messo in commercio e bevuto già l’anno successivo alla vendemmia.
Tra Ottocento e Novecento il Chianti si impose, oltre che in Italia, come uno dei vini più apprezzati all’estero, specialmente in Inghilterra, grazie alla sua buona resistenza durante il trasporto.
Il barone Ricasoli era arrivato a sottoporre il suo vino a prove di navigazione anche a lunghe distanze spedendolo su mercantili sino in India e in Sud America, proprio per valutarne la tenuta.
Successivamente, oltre al Canaiolo e al Colorino, vitigni di zona, fu permessa l’aggiunta anche di Cabernet Sauvignon e di Merlot e, dal 2006, le uve bianche non vennero più utilizzate.
Oggi la vinificazione del Chianti avviene prima in botte grande e poi in bottiglia.
Le caratteristiche
Il vino Chianti Classico DOCG ha colore rubino brillante, tendente al granato e odore profondamente vinoso, floreale e fruttato. Il gusto è asciutto, sapido e vellutato. La quantità di zucchero massima deve essere di 4 grammi al litro di zuccheri riduttori, l’estratto secco totale minimo 2,3% e l’acidità totale minima 5 per mille.
Il Chianti Classico deve essere invecchiato per almeno 11 mesi ed avere una gradazione alcolica minima di 12°.
La gradazione sale a 12,5° per il Riserva, che richiede un invecchiamento minimo di 24 mesi, di cui almeno 3 di affinamento in bottiglia. Rispetto al Chianti Classico, il Riserva è un vino di maggiore finezza e con sentori più marcati, merito delle uve scelte che lo compongono e dell’invecchiamento e solo il 20% del Chianti Classico diventa Riserva.
Di colore rosso più cupo tendente al granato, ha profumo di spezie e frutti di bosco, struttura importante e vellutata.
Col disciplinare del 2013 è nato poi il Chianti Classico Gran Selezione che è stato messo in vendita nel luglio 2014, col vino del 2010.
Quindi ora le etichette sono tre:
Chianti Classico
Chianti Classico Riserva
Chianti Classico Gran Selezione
Leggermente cambiato anche il marchio del Gallo Nero con quello di un Gallo che è raffigurato più possente e dominante sulla scena.
Il Chianti Gran Selezione è un Chianti Classico diverso dagli altri e con mezzo grado in più di alcol, secondo il nuovo disciplinare. Altra grande novità è l’obbligo di dimostrare che l’uva è stata coltivata, raccolta, vinificata e imbottigliata dalla stessa azienda e con l’obbligo di un affinamento più lungo, al minimo di 30 mesi di cui almeno 3 di affinamento in vetro.I vitigni
Protagonista indiscusso del Chianti Classico è il Sangiovese di qualità superiore, presente in percentuali che possono andare dall’80 al 100%.
Sono ammesse altre uve a bacca rossa per un ammontare complessivo che può arrivare al massimo al 20%: Canaiolo, Colorino, Cabernet Sauvignon e Merlot.
Sono ammesse, infine due uve a bacca bianca come Malvasia e Trebbiano, che da soli o insieme possono arrivare a un massimo totale del 6% (solo fino alla vendemmia del 2005).
Allevamento della vite e vinificazione
Affinché il Chianti Classico mantenga le proprie caratteristiche, il disciplinare del 1996 regola non solo la produzione del vino ma anche la coltivazione delle vigne: ogni ettaro di terra può produrre al massimo 75 quintali di uva equivalenti a circa 52,5 ettolitri di vino; ogni pianta può produrre al massimo 3 Kg di uva e per impiantare nuovi vigneti devono passare 5 anni dall’ultima vendemmia.
I vigneti devono trovarsi su terreni posti a un’altitudine non superiore a 700 metri s.l.m.
La forma di allevamento tradizionale è rappresentata dall’archetto toscano, derivato dalla tecnica Guyot. Negli ultimi anni si è diffuso il “cordone speronato”, forma che si presta a meccanizzazione senza rinunciare alla qualità.
Il simboloIl Gallo Nero è lo storico simbolo del Chianti adottato come marchio per il vino Chianti Classico dal Consorzio che raggruppa i produttori e che ne tutela l’immagine.
La scelta del Gallo Nero come simbolo rappresentativo del Consorzio dei produttori ha origini antichissime come attesta la tradizione e vale la pena ricordare l’antica storia della nascita di tale stemma.
La tradizione vuole che nel Medioevo le città di Firenze e Siena rivendicassero, ricorrendo spesso alle armi, il controllo su questo preziosissimo angolo di Toscana, ma entrambe, stanche di battaglie, decisero di regolare la questione con un singolare e pacifico arbitrato.
Infatti, le due città si accordarono di affidare la delimitazione dei loro confini contesi ad una sfida pacifica tra due cavalieri uno in rappresentanza di Firenze e l’altro di Siena. La prova cavalleresca prevedeva che il confine sarebbe stato fissato nel punto dove i due cavalieri si fossero incontrati partendo al canto del gallo dalle rispettive città.
I senesi scelsero un gallo bianco e lo nutrirono con cibo prelibato, convinti che all’alba avrebbe cantato più forte, invece, i fiorentini, scelsero un gallo nero che tennero volutamente a digiuno.
Il giorno della prova il gallo nero fiorentino, affamato, iniziò a cantare molto prima dell’alba, mentre quello bianco senese, sazio, dormiva tranquillo.
Così, il cavaliere fiorentino al canto del gallo iniziò la sua corsa al galoppo, mentre quello senese dovette aspettare ancora prima che il gallo bianco cantasse: il risultato fu che i due cavalieri si incontrarono a soli 12 km dalle mura di Siena e così la Repubblica fiorentina potè annettersi la quasi totalità dei territori del Chianti, area geografica di 70 mila ettari di superficie dove si produce il vino Chianti Classico che ha caratterizzato l’economia e anche il paesaggio della zona.
Il Chianti, in definitiva, è vino amato in tutto il mondo
Ed è certamente uno dei vini più conosciuti.
Tanto che negli ultimi trent’anni inglesi, tedeschi, olandesi, americani attratti dalla magnifica campagna chiantigiana e dal pregiato vino, hanno comprato case e fattorie nel Chianti creando il cosiddetto “Chiantishire“ e, a tale proposito, non si possono non citare le parole dell’enologo e giornalista Burton Anderson che ha scritto:
“Se la Toscana merita di essere descritta come la più caratteristica delle regioni d’Italia, il Chianti s’impone di gran lunga come il più italiano dei vini“.
La vite arrivò in Toscana con gli Etruschi come testimoniano alcuni vasi attici del VI secolo a.C. ritrovati a Castellina in Chianti.
La coltura vinicola proseguì durante l’Impero Romano e sopravvisse anche dopo le devastazioni barbariche, grazie all’impegno dei monaci benedettini che, insieme alla cura dello spirito, si occupavano anche delle campagne coltivate a vite e olivo, spingendo la popolazioni a prendersi cura dei campi e della produzione di olio e vino.
A partire dall’anno Mille, si diffuse ovunque, sia nelle terre dei monaci sia in quelle del clero secolare e dei signori laici, la coltura “specializzata” della vite, che veniva allevata in forme basse a filari.
Il termine “Chianti” compare per la prima volta in una pergamena del 790, mentre le prime pergamene in cui si fa riferimento alla vinificazione in Chianti sono del 913 e sono state rinvenute nella chiesa di Santa Cristina a Lucignano.In epoca medioevale fu terra di continue battaglie e dispute fra le città di Firenze e Siena per il possesso dei territori e fu appunto in quel periodo che
si comprese l’importanza della vite e dell’olivo e che venne sottratto spazio agli estesi boschi di castagni e di querce per produrre olio e vino in quantità sempre maggiore e di qualità sempre migliore tanto da conquistare progressivamente importanza economica e fama internazionale.
Che il vino fosse un prodotto importante lo testimonia, ad esempio, la fondazione a Firenze verso la seconda metà del Duecento, dell’Arte dei Vinattieri, la più importante delle Arti Minori, accompagnata dall’apertura di osterie e celle vinarie.L’abitudine al consumo del vino, in quell’epoca, si diffuse velocemente e da prodotto di lusso, appannaggio delle tavole nobili, il vino divenne presto una bevanda di consumo popolare: era presente in tutte le case, da quelle dei ricchi a quelle dei contadini, che il più delle volte lo utilizzavano per miscelare un’acqua malsana.
Veniva considerato un vero e proprio alimento e fonti storiche documentano che veniva usato addirittura come farmaco per curare gli ammalati.
Negli antichi documenti si parla di vino “rutilante” o “vermiglio” (se rosso) o “vernaccia” (se bianco).
Dalla fine dell’800 in poi, il vino Chianti Classico si è sempre più affermato sulle tavole di tutto il mondo ed è stato uno dei prodotti italiani più famosi nel mondo.
Le città di Firenze e Siena sono considerate le “capitali” del Chianti Classico e le terre che si estendono tra le due province coprono circa 70.000 ettari che comprendono per intero i comuni di Castellina in Chianti, Gaiole in Chianti, Greve in Chianti, Radda in Chianti e in parte quelli di Barberino Val d’Elsa, Castelnuovo Berardenga, Poggibonsi, San Casciano in Val di Pesa e Tavarnelle Val di Pesa.
La zona vinicola storica del Chianti si estende nelle province di Firenze, Siena, Arezzo, Pisa e Pistoia ed è suddivisa in:
Colli aretini
Colli fiorentini
Colli senesi Colline pisane
Montalbano
Montespertoli
Rufina
I confini del Chianti Classico corrispondono più o meno a quelli fissati dal bando del Granduca di Toscana Cosimo III De’Medici nel 1716, epoca in cui, per la prima volta nella storia vinicola, un documento legale prevedeva la delimitazione di un’area di produzione, anticipando di oltre 200 anni ogni altra iniziativa del genere nel mondo.
Si deve, invece, al barone Bettino Ricasoli la famosa formula codificata intorno al 1870 per produrre il Chianti Classico.Famiglia risalente ai tempi longobardi per nobiltà, i Ricasoli erano già baroni nell’undicesimo secolo, quando fecero costruire il Castello di Brolio a difesa della Repubblica fiorentina contro le pretese di estensione territoriale dei senesi.
Il barone Bettino, chiamato Barone di Ferro (1809/1880), fu uno dei protagonisti del Risorgimento italiano insieme a Cavour, due volte Primo Ministro del Regno e l’inventore della formula di vinificazione del Chianti nonché della storia moderna del vino in Toscana.Per produrre il Chianti Classico era necessario utilizzare l’uva di tre vitigni:
Sangiovese per sette decimi;
Canaiolo per due decimi;
Malvasia del Chianti per un decimo.
La Malvasia, in seguito, verrà sostituita dal Trebbiano toscano.
Il Chianti viene prodotto ancora così, con uve provenienti da vigneti coltivati a non più di 550 metri di altitudine s.l.m. Il vino ottenuto da uve Sangiovese è molto corposo, dal particolare bouquet, piuttosto aspro da giovane e perciò adatto all’invecchiamento. Il Canaiolo Nero mitiga le asprezze del Sangiovese esaltandone il colore.
L’equilibrio del Chianti doveva essere basato, secondo il Barone, su vitigni che fossero ben assuefatti al terreno. Si ricorreva allora – e venne codificata anch’essa – al Governo alla Toscana che consisteva in una particolare tecnica di vinificazione sostenuta nel secolo scorso per ottenere vini fruttati e profumati. Per ottenere un Chianti governato all’uso toscano, in periodo di vendemmia, si doveva prelevare la parte più matura e più sana del Sangiovese e lasciare i grappoli per sei settimane sui graticci affinché appassissero leggermente col semplice contatto dell’aria.Queste uve, poi pigiate, venivano unite al mosto di vendemmia che aveva, nel frattempo, già compiuto la sua fermentazione e facevano ripartire una nuova fermentazione lenta e prolungata fino a primavera.
Il Chianti poteva essere messo in commercio e bevuto già l’anno successivo alla vendemmia.
Tra Ottocento e Novecento il Chianti si impose, oltre che in Italia, come uno dei vini più apprezzati all’estero, specialmente in Inghilterra, grazie alla sua buona resistenza durante il trasporto.
Il barone Ricasoli era arrivato a sottoporre il suo vino a prove di navigazione anche a lunghe distanze spedendolo su mercantili sino in India e in Sud America, proprio per valutarne la tenuta.
Successivamente, oltre al Canaiolo e al Colorino, vitigni di zona, fu permessa l’aggiunta anche di Cabernet Sauvignon e di Merlot e, dal 2006, le uve bianche non vennero più utilizzate.
Oggi la vinificazione del Chianti avviene prima in botte grande e poi in bottiglia.
Le caratteristiche
Il vino Chianti Classico DOCG ha colore rubino brillante, tendente al granato e odore profondamente vinoso, floreale e fruttato. Il gusto è asciutto, sapido e vellutato. La quantità di zucchero massima deve essere di 4 grammi al litro di zuccheri riduttori, l’estratto secco totale minimo 2,3% e l’acidità totale minima 5 per mille.
Il Chianti Classico deve essere invecchiato per almeno 11 mesi ed avere una gradazione alcolica minima di 12°.
La gradazione sale a 12,5° per il Riserva, che richiede un invecchiamento minimo di 24 mesi, di cui almeno 3 di affinamento in bottiglia. Rispetto al Chianti Classico, il Riserva è un vino di maggiore finezza e con sentori più marcati, merito delle uve scelte che lo compongono e dell’invecchiamento e solo il 20% del Chianti Classico diventa Riserva.
Di colore rosso più cupo tendente al granato, ha profumo di spezie e frutti di bosco, struttura importante e vellutata.
Col disciplinare del 2013 è nato poi il Chianti Classico Gran Selezione che è stato messo in vendita nel luglio 2014, col vino del 2010.
Quindi ora le etichette sono tre:
Chianti Classico
Chianti Classico Riserva
Chianti Classico Gran Selezione
Leggermente cambiato anche il marchio del Gallo Nero con quello di un Gallo che è raffigurato più possente e dominante sulla scena.
Il Chianti Gran Selezione è un Chianti Classico diverso dagli altri e con mezzo grado in più di alcol, secondo il nuovo disciplinare. Altra grande novità è l’obbligo di dimostrare che l’uva è stata coltivata, raccolta, vinificata e imbottigliata dalla stessa azienda e con l’obbligo di un affinamento più lungo, al minimo di 30 mesi di cui almeno 3 di affinamento in vetro.I vitigni
Protagonista indiscusso del Chianti Classico è il Sangiovese di qualità superiore, presente in percentuali che possono andare dall’80 al 100%.
Sono ammesse altre uve a bacca rossa per un ammontare complessivo che può arrivare al massimo al 20%: Canaiolo, Colorino, Cabernet Sauvignon e Merlot.
Sono ammesse, infine due uve a bacca bianca come Malvasia e Trebbiano, che da soli o insieme possono arrivare a un massimo totale del 6% (solo fino alla vendemmia del 2005).
Allevamento della vite e vinificazione
Affinché il Chianti Classico mantenga le proprie caratteristiche, il disciplinare del 1996 regola non solo la produzione del vino ma anche la coltivazione delle vigne: ogni ettaro di terra può produrre al massimo 75 quintali di uva equivalenti a circa 52,5 ettolitri di vino; ogni pianta può produrre al massimo 3 Kg di uva e per impiantare nuovi vigneti devono passare 5 anni dall’ultima vendemmia.
I vigneti devono trovarsi su terreni posti a un’altitudine non superiore a 700 metri s.l.m.
La forma di allevamento tradizionale è rappresentata dall’archetto toscano, derivato dalla tecnica Guyot. Negli ultimi anni si è diffuso il “cordone speronato”, forma che si presta a meccanizzazione senza rinunciare alla qualità.
Il simboloIl Gallo Nero è lo storico simbolo del Chianti adottato come marchio per il vino Chianti Classico dal Consorzio che raggruppa i produttori e che ne tutela l’immagine.
La scelta del Gallo Nero come simbolo rappresentativo del Consorzio dei produttori ha origini antichissime come attesta la tradizione e vale la pena ricordare l’antica storia della nascita di tale stemma.
La tradizione vuole che nel Medioevo le città di Firenze e Siena rivendicassero, ricorrendo spesso alle armi, il controllo su questo preziosissimo angolo di Toscana, ma entrambe, stanche di battaglie, decisero di regolare la questione con un singolare e pacifico arbitrato.
Infatti, le due città si accordarono di affidare la delimitazione dei loro confini contesi ad una sfida pacifica tra due cavalieri uno in rappresentanza di Firenze e l’altro di Siena. La prova cavalleresca prevedeva che il confine sarebbe stato fissato nel punto dove i due cavalieri si fossero incontrati partendo al canto del gallo dalle rispettive città.
I senesi scelsero un gallo bianco e lo nutrirono con cibo prelibato, convinti che all’alba avrebbe cantato più forte, invece, i fiorentini, scelsero un gallo nero che tennero volutamente a digiuno.
Il giorno della prova il gallo nero fiorentino, affamato, iniziò a cantare molto prima dell’alba, mentre quello bianco senese, sazio, dormiva tranquillo.
Così, il cavaliere fiorentino al canto del gallo iniziò la sua corsa al galoppo, mentre quello senese dovette aspettare ancora prima che il gallo bianco cantasse: il risultato fu che i due cavalieri si incontrarono a soli 12 km dalle mura di Siena e così la Repubblica fiorentina potè annettersi la quasi totalità dei territori del Chianti, area geografica di 70 mila ettari di superficie dove si produce il vino Chianti Classico che ha caratterizzato l’economia e anche il paesaggio della zona.
Il Chianti, in definitiva, è vino amato in tutto il mondo
Ed è certamente uno dei vini più conosciuti.
Tanto che negli ultimi trent’anni inglesi, tedeschi, olandesi, americani attratti dalla magnifica campagna chiantigiana e dal pregiato vino, hanno comprato case e fattorie nel Chianti creando il cosiddetto “Chiantishire“ e, a tale proposito, non si possono non citare le parole dell’enologo e giornalista Burton Anderson che ha scritto:
“Se la Toscana merita di essere descritta come la più caratteristica delle regioni d’Italia, il Chianti s’impone di gran lunga come il più italiano dei vini“.
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