mercoledì 20 settembre 2017

VINI & VITIGNI: IL VINO GIAPPONESE AUMENTA LA SUA PRODUZIONE

VINI & VITIGNI: IL VINO GIAPPONESE AUMENTA LA SUA PRODUZIONE: Nell’isola più settentrionale dell'arcipelago, l’isola di Hokkaido, terra di vulcani, montagne, laghi e sorgenti termali che, anche nei...

IL VINO GIAPPONESE AUMENTA LA SUA PRODUZIONE


Nell’isola più settentrionale dell'arcipelago, l’isola di Hokkaido, terra di vulcani, montagne, laghi e sorgenti termali che, anche nei mesi più caldi, gode di un clima fresco e secco, rispetto al caldo torrido delle isole più a sud, sta aumentando la produzione di vino giapponese.

In Giappone, la cultura del vino è piuttosto recente a causa del fatto che la sua diffusione è stata sempre limitata dalle antichissime tradizioni di questo Paese, da sempre chiuso alle influenze occidentali, che lo legavano al consumo di tè, sakè, birra e whisky. All’inizio era prodotto all’80% con vini d’importazione e per il restante 20% si aggiungeva del vino locale: secondo la legislazione nazionale, bastava il 5% di componenti locali per definirlo “vino giapponese” e questa fu una delle ragione del rifiuto da parte della CEE.
Solo di recente le regioni hanno introdotto il Gensanchi Hyoji, un marchio per indicare i vini ottenuti da sole uve giapponesi e solo di determinate zone – concetto simile alle nostre DOC o alle AVA americane.
La storia del vino in Giappone ebbe il suo vero e proprio successo negli anni della cosiddetta epoca “lumiere”, tra il 1868 ed il 1912, quando l’esercito Imperiale si apprestava a vivere il colonialismo e si cercò, dunque, un sostituto del sakè, in quanto il riso era riservato esclusivamente per sfamare il popolo, come bevanda alcolica per alleggerire il morale delle truppe.
Fu allora, nel 1870, che due uomini d’affari giapponesi si lanciarono nel business cominciando a produrre, quattro anni più tardi, circa 900 litri di bianco e 1800 litri di rosso con scarsi risultati, tanto che furono costretti a chiudere nel 1877. Fino al 1945 tutta la produzione di vino era destinata all’esercito che fu anche l’unico consumatore negli anni seguenti. Fu solo nel 1970, in occasione dell’esposizione universale di Osaka, che furono aperte le frontiere alle bevande alcoliche straniere e fu allora che il vino divenne una bevanda chic e ricercata, tanto che dieci anni dopo venne aperto il primo Wine Bar nella capitale giapponese.

Oggi i vigneti giapponesi si estendono su circa 20.000 ettari sulle due isole di Hokkaido e Honshu: il cuore della coltivazione è situato ad ovest di Tokyo nei dipartimenti di Yamanashi, Nagano e Kanagawa. La regione maggiormente portata alla coltivazione della vite è quella di Yamanashi, a circa un centinaio di km dalla capitale Tokyo, sulle pendici occidentali del monte Fuji; sebbene il clima non sia particolarmente favorevole alla coltivazione enologica per la pluviometria molto alta ed i terroir troppo fertili e con alta dose di acidità, il vino giapponese, collegato al successo sempre crescente del sushi, si sta sviluppando con ottimi risultati grazie alla scelta e alla coltivazione di vitigni che ben si sono adattati al clima: il Muller Thurgau, il Riesling, il Gewurztraminer a bacca bianca; il locale Koshu a bacca rossa; il Muscat Bailey, il Cabernet Franc, il Merlot a bacca nera.
Si producono vini rossi o rosati molto semplici, con profumi floreali e fruttati, con una viticoltura a bassa densità di impianto e con sistema di allevamento a tendone.
In particolare il vino prodotto dal Koshu, vitigno a bacca rossa ma vinificato in rosato, originario del Caucaso ed arrivato in Giappone grazie alla via della seta, produce uva molto carnosa e gustosa, dalla buccia leggermente rosa: il vino prodotto è tendenzialmente aromatico, con una grande finezza e leggerezza di corpo e con un tasso alcolico molto basso, particolarmente adatto alla cucina giapponese; è stato descritto come “un vino molto promettente, leggero, dalla grande personalità, flessibile in quanto si adatta a numerosi stili di cucina”.
Hokkaidō Kerner è un altro vino degno di menzione: bianco asciutto, fermentato ad una giusta temperatura, si adatta bene ai piatti di pesce e di crostacei.

Di recente, il nord del Giappone è diventato, dopo la Gran Bretagna, anche l’ultima frontiera dello spumante: in soli quattro mesi è stata costruita una nuova cantina con criteri antisismici e circondata da un vigneto di 17 ettari. Con un finanziamento giapponese ma con impostazione e guida tecnologica di esperti italiani.

Nobuo Oda, presidente della Camel Group, con la consulenza dell’enologo italiano Riccardo Cotarella, qua ha acquistato e impiantato, quattro anni fa, vigneti di bianchi Kerner e Chardonnay, di rossi Regent, Pinot Noir e Lemberger.
Ora sono in vendita le prime bottiglie e gli spumanti di quelle uve, secondo Cotarella, verranno portati al Vinitaly 2018, metà Metodo classico, metà Charmat.
E’, inoltre, in previsione un grande rosso, prodotto tipico di quella terra.
In tanto fervore di attività, i sindaci della regione di Hokkaido affermano che, in effetti, stanno aumentano i corsi di enologia ed è in continua crescita il numero dei giovani che vogliono aprire cantine. Un cambiamento di rotta in un Paese abituato a superalcolici e birre ma che ora sta aumentando il consumo di vino, prodotto che,
anche se ancora piuttosto di nicchia, viene ad apparire sempre più nelle tavole giapponesi, sopratutto per merito delle donne e dei giovani.

sabato 9 settembre 2017

VINI & VITIGNI: UNA VISITA A FURORE

VINI & VITIGNI: UNA VISITA A FURORE: Andare a Furore è sempre una gita particolarmente gradevole ma, in particolare, alloggiare all’Hotel Bacco e gustare una cena cucinata dalla...

UNA VISITA A FURORE

Andare a Furore è sempre una gita particolarmente gradevole ma, in particolare, alloggiare all’Hotel Bacco e gustare una cena cucinata dalla signora Erminia con i piatti accompagnati dai vini dell’Azienda di Marisa Cuomo è ancora più intrigante.
All’Hotel Bacco si sono potuti gustare un Baccalà pastellato su vellutata di patate accompagnato da un calice di Furore Bianco Costa d’Amalfi, un piatto di Linguine alla colatura di alici con Costa d’Amalfi bianco, i Cavatelli alle foglie di cappero con Furore Rosso e i totani alla volpe pescatrice con Furore Rosso Riserva ed, infine, Tozzetti all’Elisir con Fiorduva.
Se ottimi sono stati l’abbinamento e la scelta dei vini, ineguagliabile è stata la compagnia di Marisa Cuomo e di Andrea Ferraioli come compagni di cena.
Sui vini dell’azienda di Furore credo sia stato detto tutto ormai; uno degli ultimi premi per la loro produzione è stato assegnato solo pochi giorni fa ed è la prestigiosa "Targa Internazionale del Leon d'Oro di San Marco", riservata a un massimo di soli cinque imprenditori che saranno nominati "Cavalieri del Lavoro", riconoscimento riservato alle aziende che contribuiscono alla crescita dell'economia italiana.
E nell’ambito di una cena festosa e amichevole, Andrea ha raccontato la storia delle famiglie Ferraioli e Cuomo, in contatto dal primo dopo guerra per una serie di vicende matrimoniali e di come entrambe siano state legate al mondo del vino fin dal 18° secolo, quando il vino era una bevanda, un alimento che doveva apportare soprattutto calorie. Dopo il matrimonio con Marisa, si è creata l’azienda che è cresciuta, dal punto di vista imprenditoriale, con il supporto di tanti piccoli produttori, conferitori di uve.
La coppia emana una complicità lavorativa e di vita che va oltre le parole, la loro complementarietà si manifesta in più occasioni: Marisa solida e di poche parole, Andrea un vulcano di iniziative e di simpatia.
Proprio Andrea, l’indomani, guida la visita alla cantina e alla bottaia e racconta la storia dell’azienda, nata con fatica nel 1983 in un territorio con scarse risorse economiche e in un contesto culturalmente non facile, dove uno dei problemi principali incontrati è stata la disomogeneità dei territori dal punto di vista pedoclimatico perché si tratta di fazzoletti di terra aggrappati alla roccia.
Ma i tantissimi vitigni locali, le ben 42 varietà di autoctoni, alcuni dei quali nemmeno ancora classificati, ha reso questa terra unica e il suo vino non imitabile in nessun altro luogo. Per questo motivo, Marisa e Andrea, su consiglio dell’ enologo, Luigi Mojo, consulente della cantina, hanno deciso di valorizzare le peculiarità dei vitigni della loro terra.
La bottaia delle Cantine Marisa Cuomo è scavata nella roccia e Andrea mostra con legittimo orgoglio le pietre laviche di 250 chili su cui poggiano le travi di castagno che sorreggono le barrique, ad una umidità costante al 90%. Subito fuori, un micro laboratorio per le analisi tecnico-enologiche.
La visita continua con i vigneti con pendenze anche del 60%, allevati in un territorio dolomitico calcareo, da ambiente marino, in seguito arricchito da ceneri e lapilli e rinfrescato dal costante influsso della brezza marina.
E mentre, con gli occhi brillanti, Andrea afferma che
“fare vini in questa terra è perdente, è difficile” ma che “ io vedo oltre le montagne quello che succederà dopo, ho la capacità di vedere oltre gli ostacoli”, ci indica gli stretti e ripidissimi terrazzamenti con piante a piede franco, dove è praticamente impossibile un sistema di meccanizzazione. Ma le uve di questa terra sono la base di grandi vini, in particolare il Ripoli, il Fenile, la Ginestra e poi ancora l’Aglianico, la Biancolella, la Falanghina e tutti gli altri.
Il Fiorduva, fiore all’occhiello dell’Azienda, che prende il nome dal fiordo di Furore, nacque nel 1995 e fu degustato nel 2000 da Luigi Veronelli che lo definì” un vino appassionante che sa di roccia e di mare”.
Da allora il Fiorduva viaggia per il mondo.




sabato 27 maggio 2017

VULCANI E VINI

Interessante sia per l’approfondimento geologico in materia di terroir creato da magma lavico, sia per la degustazione di otto vini veramente notevoli, la serata organizzata da Onav Milano sul tema “I vini dei vulcani”, condotta dal Presidente Intini, che ha messo in evidenza la vastità dell’estensione dei territori vulcanici in Italia e nel mondo.
A parlare di valore dei vulcani, oggi, nel campo della produzione enologica, sono stati per primi i promotori di “Volcanic Wines”, associazione nata nel 2009, che raccoglie al suo interno le doc italiane di origine vulcanica, assieme ad enoteche e a comuni che sono accomunati dal “fattore vulcano”. Aldo Lorenzoni, direttore del Consorzio, afferma, a questo proposito, che “i valori del vulcano sono di grande attrazione e, sostanzialmente, tutti positivi perché significano rigenerazione, forza, potenza..”
I suoli costituiti o originati da vulcanoclasti ricoprono circa 124 milioni di ettari nel mondo. In termini di paragone, rappresentano quattro volte la superficie dell’Italia, circa l’1% della superficie della Terra, fornendo sostentamento al 10% della popolazione mondiale: dato che esprime in maniera chiara il concetto di “fertilità” spesso attribuito alla terra dei vulcani in tutto il mondo.
I suoli vulcanici sono distribuiti prevalentemente lungo i bordi delle placche tettoniche o in loro prossimità. Tra le principali zone vitivinicole mondiali costituite quasi interamente da questo tipo di suoli possiamo elencare Napa Valley (California), Casablanca Valley (Cile), Santorini (Grecia), Rias Baixas (Spagna), Stellembosch (Sud Africa), Isole Azzorre (Portogallo), Alture del Golan (Isralele), Yarra Valley (Australia).
In Italia i principali distretti produttivi di questo tipo si trovano, partendo da nord, in Alto Adige, nella zona di Terlano, nel Soave, ai piedi dei Monti Lessini e sulla parte collinare dei Colli Euganei, in Toscana, zona Pitigliano, nell’areale dei Castelli Romani, nei territori di Orvieto e Montefiascone, nel Frascati e nel Viterbese, a Roccamonfina e a Galluccio in provincia di Caserta, nella zona del Vesuvio e dei Campi Flegrei in Campania, nella zona del Vulture e nell’arcipelago delle isole Eolie, sull’Etna e a Pantelleria in Sicilia, nell’areale di Mogoro, in provincia diOristano.
Nel suo complesso, la superficie vitata su cui insistono le doc di origine vulcanica ammonta a 17.050 ettari, per una capacità produttiva di 1.262.923 ettolitri di vino, che in termini di bottiglie corrispondo a 150 milioni di bottiglie.
Ma quali sono le componenti che rendono unici i vini prodotti all’interno delle zone vulcaniche?
Intanto va precisato che, molto spesso, la viticoltura di queste aree e sulle pendici dei vulcani è frutto di una incessante azione di costruzione del territorio, attraverso lavori di contenimento morfologico e di terrazzamento che richiedono un intervento continuo. Ma l’ingrediente segreto della loro caratteristica consiste nella composizione dei suoli, che, a loro volta, sono figli delle differenti attività vulcaniche. Le eruzioni vulcaniche, che possono manifestarsi sia come emissioni all’esterno di materiale solido, come i lapilli e le bombe, sia con la fuoruscita di ceneri o, ancora, con la classica colata lavica o allo stato gassoso, sono generatori di nuove realtà geologiche e un bonificatore di terreni sterili: ciò che esce dal vulcano è molto fertile.
Se l’elemento essenziale del magma è la silice la cui percentuale varia dal 50 al 70 %, il resto è composto da una miscela di altre sostanze e proprio l’eterogeneità, che vuol dire ricchezza di potassio, fosforo, zolfo, calcio, sodio, magnesio e di microelementi quali ferro, manganese, rame e zinco, è la chiave di lettura della particolare caratteristica dei luoghi vulcanici.
Esistono, poi, differenze tra i suoli vulcanici e sono sia dovuti alla struttura fisica, dai più leggeri come quelli costituiti dalla pomice dell’isola di Salina ai più pesanti ed argillosi dei vigneti dei Lessini e di Soave, ai tufi di Montefiascone ed alle sabbie di Frascati, sia alla composizione chimica, da quelli basici derivati dalla degradazione dei basalti, a quelli neutri e subacidi costituiti da porfidi e graniti, rispettivamente di Terlano e della Gallura, da quelli ricchi di scheletro dell’Etna alle ceneri dei vigneti del Vesuvio.
In generale, però si può affermare che nessun altro suolo derivato da matrici calcaree o moreniche o metamorfiche ha una tale ricchezza di minerali.
Tutte le aree vulcaniche sono a fortissima vocazione vitivinicola e caratterizzate da produzioni di assoluto pregio, in particolar modo per quanto riguarda la tipologia dei vini bianchi (ma non mancano illustri esempi di produzione di vini rossi). E’ evidente che esiste una relazione tra suoli composti da basalti, tufi, pomici e la ricchezza gustativa e l’equilibrio che si riscontra normalmente nei vini bianchi prodotti in questi terroir.
Dal punto di vista sensoriale e organolettico, in un mondo in cui è sempre più difficile distinguere un vino da un altro, i cosiddetti sentori minerali stanno assumendo sempre più un carattere identificativo per alcune produzioni, anche se è solo negli ultimi anni, e grazie a tecniche di vinificazione in riduzione, che si è riusciti a sviluppare aromi e profumi riconducibili alla mineralità.
Semplificando e per capire meglio è quell’effetto che si produce aggiungendo il sale su una fetta di limone. Il primo impatto è dato dall’acidità e può essere aggressivo, poi subentra la salinità. Il sale tampona l’acidità portando una dolcezza contenitiva e si traduce in uno stimolo profondo e lungo per le papille gustative.

Degustazione:

1) - Miglio Bianco Falanghina dei Campi Flegrei DOC, 2015.
Colore: bel paglierino carico.
Naso: floreale, gradevole e pulito, con leggera connotazione minerale e vagamente dolce. Alla rotazione, note di tiglio, di fiori gialli, di miele, sentori di banana e pesca matura.
Bocca: interessante e bella l’acidità di questa Falanghina che cresce ai piedi del Vesuvio e che dà un vino ben costruito, rotondo, in bocca corrispondente all’ olfatto. Vino giovane, sapido, lungo e persistente che emana, dopo un po’, anche note più verdi di clorofilla, note di fieno, sentore di banana e frutta bianca.

2) - Contrada Salvarenza, Soave Classico DOC, 2006, Gini
Colore: dorato e bello il colore di questo grande Soave da terreno basaltico-calcareo, maturato in legno.
Naso: importante all’olfatto con sentori di frutta tropicale quali ananas, mango, papaia, albicocca intensa disisdratata, mela.
Sentori di pietra focaia e bella nota minerale garbata miscelata con una nota burrosa: un naso di grande ricchezza per questo vino di dieci anni.
Bocca: burroso, grasso, tropicale, speziato e balsamico, lunghissimo e ricco di connotazioni affumicate. Garganega grandissimo con fondo amarotico, che regala sensazioni secche ma anche burrose. Lunghissimo e di bella acidità.Vino abbinabile con piatti di pesce elaborati, primi piatti con verdure e di bella struttura, carni bianche, salumi locali. Vino oltre i 90 punti.

3) - Barbarano Colli Berici DOC, 2016, Collis
Colore: molto bello il colore di questo Tai rosso di 12° dei Colli Berici.
Naso: emerge subito una interessante e vaga nota affumicata ma anche sentori fruttati, di lamponi, di fragola selvatica; percezione leggermente amarotica data da chiodo di garofano e spezia, un po’ fumè. Molto pulito al naso, con anche note di grafite, di terra e percezioni sulfuree.
Bocca: meno coordinato in bocca, risulta più scomposto, un po’ acido e un po’ tannico; bocca non all’altezza del naso.

4) - San Lorenzo Ciliegiolo, Maremma Toscana IGT, 2013 Sassotondo
Colore: bel colore violaceo di questo Ciliegiolo in purezza della zona di Sorana, allevato in terroir tufaceo.
Vitigno diffuso in Toscana per i sentori fruttati che regala al Chianti in uvaggio col Sangiovese.
Naso: floreale e fruttato con nota sulfurea, tanto fiore e tanto frutto;
alla rotazione del bicchiere regala sensazione bella ciliegia marasca e sentori terrosi.
Bocca: grande vino con nota di ciliegia un po’ dolciastra e con un bel tannino; grande eleganza finale. Vino elegante e tannico.
Il Ciliegiolo è un vitigno che sta per essere rilanciato nell’alto viterbese per essere vinificato in purezza. Vitigno di bella potenzialità.

5) - Carato Venusio, Aglianico del Vulture DOC, 2012, Cantine di Venosa
Colore: nobile e bello il colore di questo Aglianico del Vulture in purezza di 14,5°.
Naso: balsamico con note di timo mentolato, sentori forti e densi, quasi di cioccolato. Alla rotazione, sentori di erbe aromatiche, rosmarino e salvia, ma anche di frutto macerato e di terra. I profumi della zona di montagna in cui è allevato il vitigno.
Bocca: sentore mentolato con tannino, liquirizia netta ed evidente, lieve sentore di sedano: vino lunghissimo e gradevole.
Prodotto tipico, sano e fatto bene, rispettoso della tradizione, piacevole e ben costruito anche se più rude e corposo che elegante.
L’Aglianico uno dei vitigni piu significativi del patrimonio italiano.

6) - Serra della Contessa, Etna Rosso DOC, 2013, Benanti
Colore: lo stesso colore elegante e poco marcato che hanno in comune il Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio c col Pinot Nero.
Naso: particolare sentore di carni macerate piccanti, pepate e speziate, ma anche di terra e mineralità: un naso intrigante, molto denso e ricco.
Bocca: intenso e forte il tannino intenso di questo vino tipico, un po’ rude con acidità marcata, struttura robusta e che, sicuramente, reggerà bene nell’evoluzione.
I vigneti dell’Azienda Benanti sono in posizione bellissime e con uve selezionate e molto curate.
Bell’esempio di vino con acidità marcata, prodotto molto tipico di terreno vulcanico.

7) - Gattinara DOCG Riserva, 2011, Travaglini
Colore bellissimo ed elegante il colore di questo nebbiolo dell’Alto Piemonte.
Naso: fini sensazioni di note floreali, sentori balsamici, bella verticalità e grande eleganza; alla rotazione del bicchiere emergono le note di pino e di eucaliptolo ma anche sentori di frutta marmellatosa rossa e di erbe mentolate e medicali. Gran vino, di grande eleganza
Bocca: buonissimo, con un bel tannino da cacao fine, lungo e gradevolissimo.

8) - Malvasia delle Lipari DOC Passito, 2015, Fenech
Colore: color rame dovuto alla percentuale (5%) di Corinto Nero.
Naso: bell’agrumato, soprattutto di albicocca ma anche, in tono minore di mandarino e arancia in marmellata.
Bocca: dolce e garbato, regala una bella sensazione dell’amaro della buccia degli agrumi con nota dolce e finale lungo, secco e gradevole.
Il vino di Salina che, in origine, era un vino molto secco, è particolarmente sapido e salato per la mineralità delle terre vulcaniche.


lunedì 6 marzo 2017

VINI & VITIGNI: VINI & VITIGNI: I VIGNERON DEL COLLIO RACCONTANO I...

VINI & VITIGNI: VINI & VITIGNI: I VIGNERON DEL COLLIO RACCONTANO I...: VINI & VITIGNI: I VIGNERON DEL COLLIO RACCONTANO I LORO VINI : Tutti insieme, in una serata di grande allegria, cinque grandi protagonis...

I VINI DI JOSKO GRAVNER


Presentata dal Delegato dell’Onav genovese Massimo Ponzanelli, Mateja Gravner si presenta al numerosissimo pubblico per parlare dell’Azienda di famiglia e presentare i suoi vini, gli stupefacenti vini del padre Josko, colui che, negli ultimi vent’anni, ha portato innovazione nel mondo vitivinicolo soprattutto ispirandosi al passato. Collabora alla serata Fiorenzo Sartore esperto degustatore Onav.
All’inizio appare un po’ smarrita, di fronte ad una vasta sala piena di pubblico ma poi inizia con passione a descrivere le sue colline, che non superano i 250 metri slm, al confine con la Slovenia, con vigneti di Ribolla e Pignolo, tipicamente friulani, ma anche di uve da vitigni internazionali, vigne che la sua famiglia coltiva nei 15 ettari di terreni marno-calcarei intorno alla grande casa dei suoi antenati, costruita oltre 300 anni fa.
Ma quando afferma -“ Noi non siamo un’Azienda biologica certificata, siamo prima di tutto contadini che rispettano onestamente la natura, perché le cose che si fanno con coscienza non hanno bisogno di certificazioni e di regole” - ecco che il suo tono si fa deciso e quasi orgoglioso e noi, pubblico, cominciamo a capire il significato e la concezione che c’è dietro la produzione Gravner.
Ci racconta che, negli anni ’90 il padre capì che aveva sbagliato ad estendere troppo la coltivazione della vite e provvide a limitarne gli spazi per creare un habitat migliore attraverso l’inserimento di alberi, leguminose, piante di vario tipo, quali olivi, meli, cipressi e di stagni e laghetti proprio perché prese coscienza che l’acqua era necessaria per ricreare un equilibrio naturale in cui potessero vivere gli animali, i pesci e gli uccelli. Questi ultimi tornarono tra gli alberi e per accoglierli furono addirittura costruiti dei nidi artificiali.
“Cerchiamo di essere meno dannosi e il più possibile rispettosi della natura”, afferma Mateja.
Così come sono rispettosi con la vite. La cura del vigneto consiste soprattutto nell’assecondare la natura aspettando che si compia il suo ciclo e limitando l’intervento dell’uomo, le vendemmie sono quasi sempre avanzate, almeno fino al mese di ottobre, perché –“ le uve vanno raccolte al meglio, quando sono veramente mature perché sono la base dei vini buoni in quanto in cantina non si aggiunge né si toglie nulla”-
Ci racconta che, dopo un periodo di vinificazione tradizionale, Josko, dopo un viaggio in California, durante il quale disse di aver imparato cosa non si deve fare nella vinificazione, decise di eliminare tutti i trattamenti chimici, a parte lo zolfo; successivamente scoprì, in seguito a sperimentazioni, che solo con le bucce e senza lieviti il vino manteneva il sapore dell’uva che lo aveva prodotto.
Nel 97 produsse la prima Ribolla senza lieviti che sapeva finalmente di Ribolla.
Fu eliminato l’acciaio, non si controllarono più le temperature, l’uva si teneva a fermentare in grandi tini senza aggiungere niente.
Nel 2001 vi fu il passaggio alle anfore.
Le anfore permettono una macerazione lunghissima senza il controllo della temperatura e, se l’uva è buona, non c’è bisogno di aggiungere sostanze. La prima anfora fu acquistata nel ‘97 anche se Gravner ne aveva sentito parlare, 20 anni prima, da Luigi Veronelli e dal prof. Scienza e si sapeva che l’anfora era stata utilizzata in Georgia per la vinificazione. Ci vollero 5 anni, dal 2000 al 2005, per avere le anfore e infine si creò la cantina dove il pavimento e i muri, all’interno, sono costruiti in modo da rendere l’ambiente omogeneo con l’esterno, per non provocare all’uva uno shock termico al momento della vendemmia. Le anfore sono fatte di argilla cotta, non contengono tracce di materiali pesanti, pericolosi per la salute dell’uomo.
All’esterno, poi, l’anfora viene ricoperta con sabbia e calce per creare un guscio protettivo.
Le uve, ottenute con un forte rispetto del territorio e coltivate senza prodotti chimici, pigiate o pigiadiraspate, sono messe direttamente nelle anfore, dopo aver tolto gli acini marci e i raspi, se necessario, a seconda dell’annata.
Durante la fermentazione, sei sono le follature giornaliere per proteggere col liquido le bucce che emergono, affinchè non siano attaccate dalle muffe.
Non ci sono regole per la durata della fermentazione, tutto dipende dall’annata e, dopo la malolattica, l’intero processo si ferma intorno a marzo / aprile.
Terminata la svinatura, il liquido passa in grandi botti per 15 giorni ed ancora in anfora per sei mesi.
Nel mese di settembre viene messo ad affinare in grandi botti di rovere per 7 anni: si è scelto questo tempo perché le cellule umane si rinnovano ogni 7 anni e la natura ci suggerisce che, in tale periodo di tempo, si compie un ciclo vitale.
Le Riserve prevedono 14 anni di affinamento.

3) Degustazione

1) VENEZIA GIULIA IGT BIANCO "Breg" 2008 (Chardonnay, Sauvignon, Pinot Grigio, Riesling)
L’annata 2008 è stata caratterizzata da piogge abbastanza frequenti ma ha prodotto uva molto bella; le precipitazioni autunnali hanno favorito la botrite.
Vino fermentato sulle bucce; servito a temperatura ambiente come i vini rossi.
15°gradi alcolometrici
Bellissimo colore ambrato brillante che dal punto di vista cromatico si stacca da tutti i vini che solitamente conosciamo. Colore che ricorda certi metalli preziosi, quali, per esempio, l’ambra.
All’olfatto è fresco e subito inonda le narici con sentori vari e cangianti: ginger, frutta secca, zafferano, erbe aromatiche, note del tè, legno di sandalo.
In bocca intenso ed imperioso con struttura, potenza e lunghezza. Percepiamo un bel tannino, una struttura importante, ben armonizzata. Vino estremamente giovane, con acidità fresca e viva. Perfettamente amalgamato ed armonico. Chiude con buona morbidezza.
Il Bianco Breg prende il nome da un vigneto collinare esposto a sud.

2) VENEZIA GIULIA IGT BIANCO "Breg" 2007
14,5°gradi alcolometrici.
Il 2007 è stata una annata molto bella e asciutta che ha dato uve sane e mature.
Il vino si è aperto in ritardo rispetto al primo ma si rivela altrettanto interessante.
Bellissimo colore ambrato brillante, simile al precedente ma forse con maggior brillantezza.
Olfatto: tè aromatico, note erbacee, fieno e erba tagliata, frutta secca, nocciola, mandorla, canditi: vino di grande complessità aromatica. L’olfatto si evolve di minuto in minuto.
Vini che sfidano tempi lunghissimi con grande maturità.
In bocca grande acidità, grande freschezza, tannini lievi, astringenza da bucce, un vino che trascende l’idea di vini bianchi.
Questo vino è più composto e con struttura un po’ superiore rispetto al precedente, con finale pulito e lunghissimo.

3) VENEZIA GIULIA IGT RIBOLLA 2008
Vitigno autoctono di riferimento del Colllio
14,5°
Uva più neutra.
Colore sempre ambrato e luminoso.
Al naso sentore di fiori essiccati, nota di tè, zafferano, nota di pasticceria, naso simile al primo vino della stessa annata. Note speziate di ginger, erbe aromatiche, mandorle e canditi.
In bocca la Ribolla presenta una nota piacevolmente amaricante, a differenza del Breg.
Il tannino è presente in maniera morbida ma l’equilibrio è mantenuto perché si tratta di un vino di corpo e di sostanza.
L’elemento alcolico induce ad una percezione che tende verso la dolcezza.
L’anfora conferisce al vino delle caratteristiche comuni ma non va ad appiattire il gusto.

4) VENEZIA GIULIA IGT RIBOLLA 2007
13,5°
Bellissimo colore ambrato, colore straordinario.
Naso: la vendemmia 2007 parte piano ma vince sulla lunghezza; nota di zenzero, spezie dolci, cannella, anice stellato, ginepro; naso intrigante, dolce ed espressivo.
L’evoluzione nel bicchiere è notevole. Vino molto complesso che si evolve nel bicchiere.
La Ribolla risulta più strutturata del Breg con note più complesse e con finale amaricante.
5) VENEZIA GIULIA IGT ROSSO "Breg" 2004 (Pignolo)
13°alcolometrici.
Uve Pignolo autoctone del Collio
Il Pignolo è un vino estremamente tannico che richiede molto invecchiamento. Sensazioni verdi, note aromatiche, note di carne macerata, pelle di salame.
Estrema gioventù di questo vino sia per tecnica di vinificazione sia per la caratteristica di questo vitigno.
Note olfattive balsamiche, prugna secca disisdratata, spezie come pepe.
Vino che dà sensazioni emozionali; abbinabile con carni e formaggi stagionati.

6) VENEZIA GIULIA IGT ROSSO "Rujno" 2001 (Merlot)
Rujno è vino da occasioni speciali, nelle annate normali prende il nome di Rosso Gravner.
Uve da vigneto del ‘67 che fa capire la capacità tecnica di vinificazione perché questo, a differenza dei bianchi, di può confrontare con altri Merlot.
Olfatto: straordinario e ricco che dimostra ancora gioventù anche se prevalgono le sensazioni terziarie. Vino di bella maturità, con note di tostatura, caffè e cacao.
Maestoso e denso, ricco di note importanti tipo le note ematiche e speziate. In bocca prevalgono elementi di eleganza e finezza; vino di straordinaria eleganza e pulizia.